Dodici come gli Apostoli. Sono i diaconi che verranno ordinati sacerdoti dall’arcivescovo Mario Delpini sabato 13 giugno, con una celebrazione solenne che avrà inizio alle 9 (diretta su Telenova – canale 18 del digitale terrestre e in streaming su www.chiesadimilano.it e su Youtube.com/chiesadimilano) e che gremirà le navate del Duomo di Milano di amici, familiari, parrocchiani, compagni ed educatori del Seminario, che hanno visto maturare la loro vocazione.
I dodici candidati, con un’età compresa tra i 36 e i 25 anni e alle spalle percorsi di studio e lavorativi differenti, hanno abbandonato la loro idea di felicità per seguirne la fonte, come recita il loro motto «Cristo è tutto per noi», tratto dal De virginitate, un testo di Sant’Ambrogio, copatrono della Diocesi di Milano. Ed è proprio l’amore per Cristo che li ha uniti, nelle diversità dei caratteri e degli interessi personali, facendoli sentire figli di Dio e fratelli, come sottolinea don Enrico Castagna, rettore del Seminario.
C’è chi voleva fare l’ingegnere, chi il geologo, chi il musicista… Poi hanno trovato il loro “tutto” in Gesù. È questo che succede in un cammino vocazionale?
Sarebbe auspicabile che succeda nella vita di tutti, anche di chi poi rimane ingegnere, geologo e musicista. Nel caso di chi diventa prete, questo trovare il proprio “tutto” in Gesù, assume una coloritura speciale, quella di chi, nel dialogo d’amore con Gesù («Mi ami tu?»), percepisce una particolare chiamata («Pasci i miei agnelli»). Ne consegue, per questi 12 fratelli, l’impegno a custodire il fondamento del loro servizio ecclesiale, ovvero la relazione con il Signore Gesù. Ne consegue anche che la verità di questa relazione con Cristo dovrà apparire nel loro essere a servizio, con generosa dedizione, del popolo di Dio. Costoro dunque potranno avere mille interessi, ma, in quanto preti, dovranno sottoporli al criterio del prioritario amore per Gesù e per la Chiesa.
Il loro motto dice il forte legame che sentono con la Chiesa ambrosiana. Quanto è importante per un sacerdote mantenere vivo nel ministero questo legame, insieme al Vescovo e agli altri presbiteri…
Questi legami sono decisivi. Diventare prete diocesano significa entrare nel presbiterio di una Chiesa locale che, insieme al Vescovo, cammina con il popolo di Dio ed è al suo servizio. Per un prete diocesano si tratta di assumere la diocesanità come forma sintetica della propria spiritualità, nel senso che sarà la realtà concreta della Chiesa locale a plasmare profondamente la vita di quell’uomo che, in quel contesto pastorale e dentro quelle istituzioni diocesane, vive il proprio cammino di docilità allo Spirito.

Quando sapranno la loro prima destinazione presbiterale?
Riceveranno la loro destinazione dal Vescovo giovedì 25 giugno e nei giorni successivi inizieranno il loro servizio presso le comunità cui saranno inviati, potendo collaborare, durante l’estate, con quel sacerdote che, in quelle comunità, li ha preceduti nel coordinare la Pastorale giovanile.
Quali sono le sfide più grandi che si troveranno ad affrontare nelle comunità in cui saranno inviati?
Le sfide che incontreranno sono analoghe per tutti loro da un lato e differenziate dall’altro, a seconda delle comunità e delle varie vicende ecclesiali locali. Vi sarà da affrontare la complessità di più realtà parrocchiali e oratoriane da accompagnare e la complessità di un contesto in cui la fede non può essere data per scontata e il senso di appartenenza alla comunità cristiana risulta minoritario. Grandi sfide richiedono una grande capacità di camminare con altri nella Chiesa e di lasciarsi accompagnare nel muovere i primi passi nel ministero.
Con questo anno 2025/26 termina il triennio di sperimentazione della Riconfigurazione del Seminario annunciata dall’Arcivescovo il Giovedì Santo 2023. Cosa si può dire di questo cammino?
La ragione prossima della Riconfigurazione fu il calo numerico degli ingressi in Seminario, a seguito del Covid. Le scelte principali furono due: quella di creare una comunità unitaria di tutti i seminaristi nella quale non si perdesse la specificità dei singoli step, e quella di inserire una certa discontinuità, attraverso quel particolare anno di III Teologia vissuto in piccole fraternità al di fuori del Seminario. In questi mesi abbiamo svolto una verifica di questi tre anni e, visto che i numeri più ridotti si confermano, e che, d’altra parte, alcune scelte fatte sono in linea con lo spirito della nuova Ratio italiana dei Seminari, si intende proseguire su questa strada, che pare feconda. In particolare abbiamo potuto constatare che in una comunità più ampia le relazioni sono più arricchenti e che, d’altra parte, non si è persa la specificità delle singole tappe del percorso. L’anno di III Teologia è risultato a suo modo propizio. Propizia è la discontinuità che si crea e gli elementi particolari su cui è richiesta una verifica: il condividere e collaborare in modo stringente con chi non si sceglie, il verificarsi dentro una complessità maggiore di vita, la vicinanza a una realtà pastorale almeno dal punto di vista della testimonianza reciproca.



