Il martirio è il vertice della testimonianza, missione dei cristiani. Alcune Comboniane raccontano le loro esperienze in Paesi ancora oggi dilaniati da conflitti e violenze

Suore Missionarie Comboniane

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Il termine testimone è certamente il più appropriato per definire la missione. Nei Vangeli gli apostoli sono presentati non solo come quanti devono semplicemente raccontare il viaggio che il Signore ha intrapreso verso Gerusalemme, ma come chi deve percorrere la sua stessa strada e affrontare lo stesso destino. Negli Atti degli Apostoli il termine “testimone” viene applicato non solo agli apostoli, ma anche ad altri, a Paolo, a Stefano: il testimone è visto come martire, colui che, come il Maestro, dà la vita.

La missione di Gesù è affidata a esseri umani deboli, incapaci e dipendenti dalla forza dello Spirito, chiamati a dare testimonianza della loro esperienza d’incontro con Gesù Cristo, «ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» (1Gv 1,1-3). «Il missionario, se non è un contemplativo, non può annunziare il Cristo in modo credibile. Egli è un testimone dell’esperienza di Dio» (Rm 91)

Testimoniare la vita, e la “vita in abbondanza”, è la missione dei discepoli. Testimone è chi fa della propria vita un annuncio, una Buona Notizia per chi ha bisogno di speranza, di pace, di misericordia. Testimone è chi rimane accanto ai popoli per “far causa comune”, nella quotidiana gratuità, prendendosi cura della vita, per darle senso, per aiutarne la rigenerazione, per occuparsi delle ferite del cuore e del corpo. Rigenerare significa far germogliare i semi di pace, di riconciliazione e di speranza presenti ovunque nella storia dei popoli con cui viviamo, perché già seminati da Dio.

Molti Paesi in Africa sono afflitti da guerre che persistono da anni, spesso ignorate dai mass media. Le Suore Missionarie Comboniane che vivono in Sudan, Repubblica Centrafricana e Repubblica democratica del Congo ci raccontano la loro scelta di continuare a stare accanto alla popolazione, testimoniando la vicinanza di Dio. Rimanere permette di non soccombere alla violenza, di cogliere dalla gente inattese dimensioni di vita. Lasciamo parlare alcune testimoni del nostro tempo.

Repubblica Centrafricana

«Perché noi suore siamo rimaste quando la violenza è esplosa? Personalmente sono rimasta perché la vita missionaria non cerca sicurezza, ma comunica un amore gratuito, senza misura, senza fare distinzione di persone. È l’amore di Dio che si diffonde affinché tutte le persone possano sentirsi amate. Oltre la difficoltà che viviamo, provo un sentimento di pace profonda perché credo che Dio mi abbia portata in Centrafrica non perché tutto sarebbe stato bello, tranquillo e senza problemi, ma esattamente perché desidera amore e misericordia tra i popoli.

Sono convinta che la scelta di restare non si improvvisa. Sono stata inviata nella Repubblica Centrafricana e quel giorno è stato uno tra i più importanti della mia vita missionaria. Ma il più bello è stato quello in cui io ho scelto di rimanervi quando la situazione è diventata pericolosa. È una scelta che dona vita a me e agli altri, che dissolve tutta la poesia della vita missionaria, ma aiuta a maturare nella vocazione e nella fiducia in Dio e nel prossimo. Una fiducia che mi sorprende ogni momento…».

Sudan

«Arrivai fra i Nuba quando la popolazione celebrava la pace, alla fine del 2005, dopo oltre vent’anni di guerra civile. I Nuba hanno condiviso con noi la loro gioia e la loro speranza. Quando, nel giugno 2011, le bombe del governo di Khartoum violentarono di nuovo questa terra, seminando morte, l’Onu evacuò gli stranieri. Ma noi non potevamo abbandonare la gente: decidemmo di restare. L’ospedale traboccava di feriti: per le bombe a grappolo molte donne e bambini arrivavano senza braccia e gambe. Orrende le ustioni da armi chimiche. Sì, ho avuto paura di morire sotto le bombe, e la paura aumenta quando il rombo degli aerei militari ti sovrasta… Con chiunque ci troviamo in quei buchi scavati per terra si grida di paura e si prega. Quando l’inferno passa, si gioisce di essere vive e che nessuno attorno sia ferito. Sono diventata più cosciente della mia vocazione a generare vita proprio rimanendo a condividere il dolore della nostra gente, i Nuba. Che ci ripetono con fiducia che la nostra presenza è segno concreto dell’amore di Dio per loro».

Repubblica democratica del Congo

«Non siamo attratte dal desiderio di fare le eroine, di rischiare per rischiare. Non avrebbe senso e potrebbe mettere in pericolo l’incolumità della gente che ci aiuta e ci protegge. La vita del popolo è quanto più ci sta a cuore, il nostro desiderio è quello di essere presenti al fine di proteggerla e farla crescere. Restare è per me un modo di scegliere la vita, di credere nella forza che sfida la morte e la violenza. Ciò mi rende solidale con le altre donne e madri, mi avvicina alle loro lotte quotidiane… Considero la mia presenza di missionaria comboniana come un contributo a tenere aperta una finestra sul mondo, a dare una voce in più a situazioni che questi popoli vivono e che il resto del mondo vorrebbe far tacere. Come cristiana, questa esperienza mi pone nel cuore del mondo, quello più sofferente, più escluso, dell’umanità abusata per gli interessi economici. Poter restare qui mi fa il dono di comprendere e condividere un po’ di più l’amore del Padre per l’umanità.

Testimone è chi è disposto a dare la vita, perché altri generino vita, protagonisti del loro presente e del loro futuro. Testimone del Vangelo è chi, tenendo sempre gli occhi fissi in Gesù Cristo, è disposto a ripercorrerne le orme, senza considerare un tesoro prezioso la propria vita, ma facendosi strumento dell’amore di Dio che tutti abbraccia, soprattutto i più poveri, gli esclusi e abbandonati. La testimonianza si declina nella ferialità dei gesti e degli incontri, parla il linguaggio della solidarietà e si nutre della contemplazione di Colui che ci ha fatto conoscere l’amore di Dio nel dono totale di sé.

Santità e missione sono due realtà inscindibili: «La chiamata alla missione deriva di per sé dalla chiamata alla santità… Ogni fedele è chiamato alla santità e alla missione» (Rm 90). Senza i volti di uomini e di donne appassionati del Regno, Dio sarebbe un Dio invisibile, indifferente al dolore umano, inutile, un Dio lontano, pensato, virtuale, e la Chiesa una comunità senza memoria e senza profezia. La Chiesa invece sarà sempre costituita da «un nugolo di testimoni» (Eb 12, 1), che con il loro stile di vita ci incoraggiano a fare del Vangelo una forza generatrice di vita.

Recentemente, nella relazione introduttiva del Sinodo per l’Amazzonia il cardinale brasiliano Claudio Hummes ha sottolineato il coraggio di missionari e laici: «Hanno cercato di portare Gesù Cristo ai popoli locali e di costruire comunità cattoliche. È giusto ricordare, riconoscere ed esaltare, in questo sinodo, la storia eroica, e spesso di martirio, di tutti i missionari e missionarie del passato e anche di quelli e quelle di oggi nella Panamazzonia… Accanto ai missionari, ci sono sempre stati numerosi leader laici e indigeni che hanno dato una testimonianza eroica e che spesso sono stati – e lo sono tuttora – uccisi…». Il martirio è il vertice della testimonianza e il grembo che genera nuovi cristiani. In ogni continente uomini e donne di Dio, ancora oggi donano la vita per la fedeltà all’Evangelo.

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