A 50 anni dalla morte del Beato l'Arcivescovo ha presieduto una celebrazione eucaristica a Cinisello Balsamo alla presenza di molti vertici della Famiglia Paolina: «Sono grato per tutto quello che fate nella nostra Chiesa»

di Annamaria BRACCINI

Alberione

«Don Alberione sia nostro maestro e interceda per noi perché la parola “tutto a tutti” ci insegni che ogni limite è un confine dove si incontrano popoli e persone». Nel 50esimo esatto della morte del fondatore della Famiglia paolina, l’Arcivescovo dice così, presiedendo l’Eucaristia nella parrocchia di San Martino a Cinisello Balsamo, dove ha sede una delle Comunità paoline.

Oltre venti i sacerdoti concelebranti, tra cui don Antonio Rizzolo (amministratore delegato del Gruppo editoriale San Paolo e direttore di Famiglia Cristiana), il direttore generale editoriale di San Paolo don Giuseppe Musardo, don Ampelio Crema, superiore della comunità di Cinisello, don Vincenzo Marras, superiore della comunità di Milano, don Roberto Ponti, direttore di Telenova. Tutti concelebranti, così come il Vicario episcopale di Zona don Antonio Novazzi, il parroco don Andrea Zandonini, il decano don Alberto Capra e altri sacerdoti del Decanato.

In prima fila il sindaco, Giacomo Ghilardi – a testimonianza della rilevanza anche civile della presenza dei Paolini in città – e il condirettore di Famiglia Cristiana Luciano Regolo. Presenti molte Figlie di San Paolo, collaboratori e amici. 

Una grande famiglia

«Vogliamo oggi celebrare insieme l’opera mirabile che Dio ha compiuto nella vita del beato Giacomo Alberione. Una vita, la sua, abitata dal Signore e resa feconda nel generare una grande e mirabile famiglia che, in tutte le sue espressioni sull’esempio di San Paolo, ha voluto dare Cristo a ogni uomo con tutti gli strumenti che il progresso fornisce nell’ambito della comunicazione», dice suor Marialba Moro, superiora delle Paoline di Milano, nel saluto di benvenuto e ringraziamento all’Arcivescovo, ricordando Paolo VI che si recò personalmente al capezzale di Alberione morente, e che l’aveva definito «sempre intento a scrutare i segni dei tempi, dando alla Chiesa nuovi strumenti per esprimersi, nuovi mezzi per dare ampiezza e vigore al suo apostolato».

Di un testimone zelante nella diffusione della Parola di Dio e del messaggio evangelico parla l’Arcivescovo.

L’omelia

«Forse i nostri propositi sono generosi e sconfinati. Forse, nella nostra esperienza giovanile e nella nostra intuizione vocazionale, ci motivava la persuasione di essere chiamati a grandi imprese, una aspirazione all’eroismo, alla santità. Forse abbiamo coltivato una specie di fierezza di essere inseriti in una grande impresa, in una vasta e promettente famiglia», osserva subito l’Arcivescovo che, tuttavia, aggiunge: «Il nostro tempo e la nostra età ci predispongono alla dura esperienza del limite e insieme alla percezione dell’impossibile e dell’improbabile e, forse anche nel Cenacolo, quella sera, circolava un senso di frustrazione, di premonizione del limite incombente, una strada interrotta, un fallimento imminente».

Ma il limite, come ammonisce il Signore nella Lettura appena proclamata dal Vangelo di Giovanni al capitolo 14, non può essere l’esito finale, la perdita della speranza.

Da qui una prima indicazione: «Questa celebrazione non è solo un tributo di affetto e un’espressione di ammirazione per il beato Giacomo Alberione – beatificato da san Giovanni Paolo II il 27 aprile 2003 -, per la sua straordinaria creatività nelle opere, è piuttosto il momento per accogliere l’invito di Gesù a convertire il limite in un confine anche annuncia un oltre, un confine che fa sognare nuove rivelazioni, che introduce nella verità di Dio per chi vede il confine come un limite da oltrepassare».

Un «oltre» del quale il Vescovo delinea alcune caratteristiche, a partire dalla vita esemplare del fondatore: «La missione che don Alberione ha intuito e ha tradotto nelle sue fondazioni e nelle sue opere è l’obbedienza al Signore che infonde la sollecitudine per tutti. Il mondo può essere indifferente, ma siamo mandati agli indifferenti. Il mondo della comunicazione può presentare sfide inedite e introdurre strumenti che mettono in difficoltà, che richiedono risorse inarrivabili, ma si è mandati per essere in mezzo alla sproporzione, per guadagnare a ogni costo qualcuno. La povertà di mezzi, la scarsità del personale, la fragilità delle alleanze non è un limite che deve bloccare, piuttosto si tratta di comprendere che siamo «sul confine per nuove avventure, cercando la via che introduce nel continente sconosciuto. La responsabilità dei discepoli è di avere un messaggio di speranza per un mondo turbato e disperato. Il compito di esibire l’affidabilità di Gesù e condividere la speranza della verità della vita vera impegna a far emergere i tratti dell’umanesimo cristiano».

Poi, i tratti meno popolari, «che sono quelli più necessari». «La vita vera è la vita di Dio: fino a quando i nostri contemporanei si allontanano e censurano il pensiero di Dio, vi sarà sempre la tristezza. La vita vera è la comunione fraterna tra tutti i suoi figli: l’enfasi sull’individualismo e l’accondiscendenza alle pretese e ai desideri degli individui, come fossero indiscutibili diritti, sono vie verso la disgregazione della convivenza tra le persone. Fino a quando il nostro tempo sarà soprattutto preoccupato di rivendicare diritti individuali, la disgregazione continuerà a distruggere la società. La vita vera si può vivere con lo stile di Gesù, il servire, fino al dono della vita: le vie dell’orgoglio e della pretesa di essere serviti conduce alla rovina. Don Giacomo ci insegni che c’è una vita da percorrere e una verità affidabile, il Signore Gesù che è via verità è vita».

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