Pensare a modalità concrete per riprendere le celebrazioni comunitarie non deve alimentare polemiche o trasformarsi in ossessione. L’auspicio deve invece spronarci a immaginare itinerari, luoghi (a partire dalla famiglia) e strumenti per i quali la Parola corre

di don Mario ANTONELLI
Vicario episcopale per l’Educazione e la Celebrazione della fede

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Quando si accorsero che l’Amore della loro vita non sarebbe tornato nella sua gloria in tempi così brevi come supponevano, cominciarono di buona lena a battere strade e praticare lingue per raccontare a tutti il Vangelo; si chiesero come gesti e parole di Gesù dessero forma di comunione al loro riunirsi e spargessero profumo di carità fraterna a ogni compito nelle comunità. Forti non già di oro e argento, né di prestigio sociale, né di discorsi persuasivi, ma dello Spirito della Pasqua, osarono immaginare il possibile sulle note del Vangelo.

In tanti abbiamo vagheggiato che l’emergenza potesse risolversi presto, una parentesi trascurabile. Mentre cantavamo l’Alleluia pasquale in chiese vuote e in case liete, mentre sentivamo dire di “Fase 2” e sognavamo il Pane di nuovo spezzato e condiviso, papa Francesco scriveva: «È urgente discernere e trovare il battito dello Spirito per dare impulso, insieme ad altri, a dinamiche che possano testimoniare e canalizzare la vita nuova che il Signore vuole generare in questo momento concreto della storia». E ancora: «Questo è il tempo propizio per trovare il coraggio di una nuova immaginazione del possibile, con il realismo che solo il Vangelo può offrirci».

Come immaginare il possibile con il realismo del Vangelo senza desiderare l’Eucaristia, la sua celebrazione comunitaria? Quando accogliamo il Vangelo, siamo immersi nella vita nuova del Figlio benedetto e nella gratitudine gioiosa celebriamo il suo corpo offerto e il suo sangue versato, per noi e per tutti, principio della nostra vita nuova nella comunione fraterna e nell’amore del prossimo, sogno intimo di ciascuno, attesa del mondo.

In nome di questo desiderio abbiamo immaginato modalità concrete che consentano la ripresa delle celebrazioni comunitarie della Messa, declinando responsabilmente parole d’ordine inderogabili come distanziamento, protezione, scaglionamento, controllo. Abbiamo studiato scrupolosamente protocolli da seguire, preoccupati, più che dalla valutazione delle autorità civili, dal rischio – reale – che quel cumulo di condizioni finisca qui e là per snaturare il senso dell’Eucaristia e del suo frutto, la sua evidenza sommamente desiderabile di comunione grata con il Signore Gesù e di comunione ecclesiale. Troppo per l’Eucaristia, troppo poco per la salute? Reale il rischio; forse, sostenibile.

Peraltro, il desiderio dell’Eucaristia non si esaurisce in questa lodevole immaginazione di una sua celebrazione. Anche per questo non ci si abbatte se la valutazione dell’autorità suona deludente. Non si spuma rabbia né, spazientiti, ci si incaponisce come in una fissazione ossessiva che spegne la sensibilità allo Spirito e ottunde l’intelligenza pastorale. Quando “non si vede l’ora” si rischia di non vedere l’oggi degli uomini, di disertare l’oggi di Dio e della sua opera. L’ossessione di un’idea strozza la storia. Porta a saccheggiarla, violandone la sacralità; quella laica, quando si paventa un ritorno alla dittatura, disonorando uomini e donne che l’hanno patita e combattuta; quella religiosa, quando si evocano scenari di persecuzione e martirio, profanando le schiere di ogni confessione religiosa che ieri e oggi hanno versato il sangue per la fede.

L’autentico desiderio dell’Eucaristia invece scatena l’immaginazione; la alimenta e la mantiene nella sua qualità evangelica. Se desideriamo l’Eucaristia, desideriamo quanto a essa conduce; desideriamo passi di uomini e donne che vanno all’Eucaristia in quanto credenti, battezzati nel nome dolcissimo di Gesù. E immaginiamo allora tutto quanto concorre al sorgere e al risorgere della fede, alla sua crescita. Sul battito dello Spirito, quel desiderio ci sprona a immaginare itinerari e luoghi e strumenti per i quali la Parola corre, visitando i cuori, interrogando le coscienze, invitando alla fede: in primo luogo, nelle pagine sacre della Scrittura. In questo, querida Amazonia, quanto ci strattoni e ci consoli con le tue comunità che non vedono uno straccio di Eucaristia per mesi e mesi!

Se desideriamo l’Eucaristia, desideriamo il santo popolo che la celebra come culmine e fonte della sua vita divina. Ed ecco trame di amorosa fraternità nel tempio domestico dove abbonda la grazia, risuona la Parola, si uniscono le voci nella preghiera. Immaginiamo la comunità cristiana nella sua forma bella, quella della creativa vitalità del corpo di Cristo: a tessere legami tra streaming e telefono, ad aprire cuore e spazi ai piccoli, a liberare disabili dalla solitudine, ad aiutare gli anziani, a consolare gli afflitti, a soccorrere i poveri, compresi quelli nuovi, a sostenere le famiglie e i lavoratori in una ripresa onerosa, a seppellire i morti. Anche in questo, querida Amazonia, quanto ci strattoni e ci consoli con le tue comunità che non vedono uno straccio di Eucaristia per mesi e mesi!

Il desiderio è sempre doloroso: così non sarà il dolore dell’agonia, ma quello di un parto. Veramente pasquale.

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