Nel suo discorso, in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno, Bergoglio chiama i credenti a una rinnovata e costruttiva testimonianza

di Gianni BORSA

Papa Francesco

Paura e dialogo costruttivo; nazionalismi e virtuosa solidarietà; sterili anatemi e senso di responsabilità; rassegnato disinteresse e feconda partecipazione. Sono infiniti i binomi e le antinomie che si possono trarre rileggendo i discorsi pronunciati in occasione del conferimento del Premio europeo Carlo Magno a papa Francesco. La paziente analisi delle parole del Pontefice e delle autorità intervenute alla cerimonia di premiazione nella sala regia dei Palazzi vaticani, il 6 maggio scorso, è ben ripagata, fornendo innumerevoli chiavi di lettura dei problemi che oggi attraversano il Vecchio continente e, ancor più, concrete linee direttrici per tentare di farvi fronte, imbastendo una plausibile risposta a quel malessere diffuso e al senso di sconforto che si sono progressivamente instaurati soprattutto in relazione alla crisi economico-finanziaria e a quella migratoria.

«L’erosione del fondamento culturale e morale dell’Europa è allarmante. Da tempo avremmo potuto accorgercene: slogan di estrema destra ed espressioni di rinazionalizzazione si fanno spazio nel cuore della società». Marcel Philipp, borgomastro di Aquisgrana, la città tedesca che conferisce ogni anno il prestigioso Premio Carlo Magno, è stato uno degli oratori più efficaci. Nel suo intervento afferma ancora: «Il modello di consumo della ricca Europa è vergognoso, a tratti distruttivo. E all’improvviso ecco che la globalizzazione bussa alla nostra porta. Ha un volto, e quest’ultimo è diverso da quanto ci saremmo aspettati. Ci guarda con occhi che parlano di paura, esodo, povertà, fame, malattia, guerra e morte. È il volto di un essere umano. Sono i volti di molti esseri umani». Il discorso del sindaco sa toccare i tasti della storia dell’integrazione, il tema dei “valori” condivisi, così come i problemi che oggi mettono l’Europa nel suo insieme (popoli, Stati, istituzioni comunitarie) con le spalle al muro, apparentemente incapace di far fronte alle sfide che essa si trova dinanzi.

Philipp è chiaro: «Volgere altrove lo sguardo non è più possibile. L’Europa deve rispondere alla sua responsabilità globale. Ciò non significa essere in grado di risolvere tutti i problemi del mondo o essere responsabile del loro insorgere. Significa però vivere il principio di umanità». Questo è un compito così rilevante e complesso che obbliga a “unire le forze”, altrimenti si va verso il fallimento, subendo la storia anziché provare a esserne parte attiva. «Le famiglie ce la fanno solo unendo le forze – aggiunge il borgomastro -. Le città ce la fanno solo unendo le forze. L’Europa ce la fa solo unendo le forze». Ciò richiede, però, una condivisione di principi, derivanti dalla stessa storia europea, reinterpretati, ringiovaniti, rivolti in una prospettiva futura. Valori che, d’altro canto, non marciano da soli, astrattamente.

Essi devono essere incarnati nel presente da donne e uomini “responsabili”. «Questa responsabilità è un compito che non va demandato a strutture anonime, bensì riguarda le persone nel loro essere, nelle loro posizioni e nell’operato quotidiano. È un compito che riguarda ciascun individuo in Europa, a prescindere dal fatto che sia politicamente attivo o meno, giovane o vecchio», istruito o no, credente o meno…

Per il borgomastro Philipp, «dato il difficile cammino che l’Europa è chiamata a percorrere, papa Francesco rappresenta una grande fortuna». Da qui l’assegnazione del Premio, conferito a quelle personalità distintesi a vari livelli per una Europa pacificata, coesa, libera, aperta.

E Bergoglio, pronunciando a sua volta un illuminato discorso, non si tira indietro, indicando ai cristiani e alla comunità ecclesiale la propria parte: «Alla rinascita di un’Europa affaticata, ma ancora ricca di energie e di potenzialità, può e deve contribuire la Chiesa». Il suo compito «coincide con la sua missione: l’annuncio del Vangelo, che oggi più che mai si traduce soprattutto nell’andare incontro alle ferite dell’uomo, portando la presenza forte e semplice di Gesù, la sua misericordia consolante e incoraggiante». È un appello indilazionabile alla responsabilità: «Dio desidera abitare tra gli uomini, ma può farlo solo attraverso uomini e donne che, come i grandi evangelizzatori del continente, siano toccati da Lui e vivano il Vangelo, senza cercare altro. Solo una Chiesa ricca di testimoni potrà ridare l’acqua pura del Vangelo alle radici dell’Europa».

A questo punto il Papa “sogna”: «Sogno un nuovo umanesimo europeo», «sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre»; «sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza»; «sogno un’Europa in cui essere migrante non sia delitto…». I sogni di Bergoglio proseguono nel suo discorso, ma tutti fanno riferimento a quella testimonianza di cristiani che operano nella storia con senso di responsabilità e la forza del dialogo con tutti coloro che incontrano sulla propria strada. Un richiamo – questo – forte ed esplicito ai credenti perché mettano in gioco la loro fede, oggi e senza scuse o resistenze. A ciascuno la scelta di rifugiarsi nella triste, spesso egoistica e certamente improduttiva lamentela, oppure percorrere con coerenza la strada indicata dal Papa.

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