Don Roberto Laffranchi, parroco di Maria Regina a Pioltello, realtà fortemente caratterizzata in senso multietnico e multireligioso, illustra difficoltà e modalità per declinare la «Chiesa dalle genti» sul territorio: «Occorre formare i sacerdoti, ma anche i laici»

di Annamaria BRACCINI

don roberto laffranchi
Don Roberto Laffranchi

Come declinare il Sinodo «Chiesa dalle Genti», in una realtà che ha una significativa presenza di etnìe diverse? E, ancora, come vivere una “Chiesa aperta” al territorio con le sue articolazioni ecclesiali e civili? «Certo è molto impegnativo, perché di fronte a una realtà cittadina come la nostra, caratterizzata da una presenza di migranti pari al 25% della popolazione, si coglie un senso d’inadeguatezza», racconta don Roberto Laffranchi, da cinque anni parroco di Maria Regina a Pioltello, comunità che quest’anno compie il mezzo secolo.

Quali sono le maggiori difficoltà?
Lo sforzo è, da una parte, curare il collegamento con le altre parrocchie e con le istituzioni sociali e civili; dall’altra, tentiamo di coinvolgere le persone cercando di vivere una dimensione comunitaria, dove l’incontro sia funzionale non solo a un aiuto, ma anche a un diretto coinvolgimento, per quanto riguarda i fedeli cattolici, sia nella celebrazione liturgica, sia nel Consiglio pastorale. Con tutti i cristiani promuoviamo il confronto, il rispetto e la condivisione dei valori evangelici; con persone di altre religioni alimentiamo una conoscenza reciproca che porti a escludere, perlomeno, l’ostilità, l’avversione o il sospetto. Per vivere insieme occorrono davvero rapporti di buon vicinato, come sottolinea il nostro Arcivescovo. Cerchiamo di curare l’accoglienza perché, oltre la carità, vi sia la capacità di svolgere un cammino di approfondimento, a partire proprio dall’abc della fede con chi, per esempio, chiede il Battesimo. Da qui anche alcune scelte di “vicinanza”, come quella di tre Suore del Pime che vivono la missione in un appartamento nel “Satellite”, il quartiere multietnico per eccellenza.

La multietnicità e quindi l’interreligiosità – su 37.400 abitanti a Pioltello vivono 9500 persone di 99 nazionalità diverse – creano, a proprio modo, una parrocchia “aperta”?
Si realizza un rapporto solo se c’è il coraggio dell’incontro e dell’ascolto. Questo presuppone, esige la formazione innanzitutto di noi sacerdoti, ma anche dei laici. Abbiamo grandi doni come la Parola di Dio, i sacramenti, il magistero della Chiesa: da questi dobbiamo lasciarci educare. È assolutamente necessario prendere in mano il documento di promulgazione del nostro Sinodo, ma anche riscoprire la straordinaria ricchezza di documenti del Concilio quali Nostra Aetate, Unitatis Redintegratio, Ad Gentes, Lumen Gentium, per lasciarci di nuovo affascinare. Pensiamo alle persone che vengono a Messa tutte le domeniche, nutrendosi della Parola, magari facendo la Comunione, ma che poi, nel declinare la relazione con l’altro, seguono altre luci, altre verità e ideologie. Anche per me prete, sapere come rapportarmi con chi è musulmano, buddhista o ortodosso, esige una qualità umana e uno spessore di pastore nuovo.

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