Cena benefica nel carcere di Bollate, con i fondi raccolti devoluti in parte al ristorante all’istituto di pena e in parte a un progetto di reintegro in corso nel Paese africano

carcere Bollate
Il carcere di Bollate

Aiutare i carcerati italiani e quelli dello Zambia. Sarà una cena doppiamente benefica quella organizzata da Celim all’interno del carcere di Bollate (Mi) il 25 ottobre. Un modo per mettere in luce il dramma del mondo carcerario nel nostro Paese e nel Sud del mondo, ma anche la possibilità del riscatto e del reinserimento nella società per chi ha pagato il suo debito con la giustizia.

«Abbiamo scelto il ristorante all’interno del carcere di Bollate, che ci mette a disposizione 65 posti – spiegano i responsabili della Ong milanese -, perché condivide le stesse finalità sociali del progetto “La seconda occasione – Reintegro degli ex detenuti”, che Celim sta portando avanti in Zambia con l’obiettivo del reinserimento dei carcerati nella società». I fondi raccolti andranno quindi, in parte, al ristorante (nel quale lavorano detenuti italiani) e, in parte, al progetto in Zambia.

Secondo una classifica pubblicata dalla rivista statunitense Forbes, il sistema carcerario dello Zambia è il peggiore dell’Africa. I detenuti sono costretti a vivere stipati in celle di piccolissime dimensioni. Nello spazio nel quale dovrebbero vivere ottomila detenuti ne sono ammassati 25 mila. Al mondo solo ad Haiti, nelle Filippine e in Salvador i carcerati vivono in condizioni peggiori. Qui, da anni, Celim, insieme a Caritas, porta avanti un progetto di assistenza e reintegrazione.

«Nelle carceri zambiane – spiegano al Celim – i detenuti muoiono per mancanza di acqua, cibo e cure: mancano i servizi medici di base, le infrastrutture sono insufficienti o decadenti e le medicine scarseggiano. In particolare, i bisogni delle donne e dei bambini non vengono adeguatamente affrontati. Le donne incinte non ricevono trattamenti né nutrienti adeguati alla loro condizione e i figli delle detenute sono costretti a condividere il pasto con le madri. Il sistema penitenziario dello Zambia sta cercando di trasformarsi puntando sulla riabilitazione più che sulla punizione anche perché il tasso di recidiva è alto (30%). Ma i mezzi sono scarsi».

Il progetto si concentra anzitutto sulla formazione. Nelle sette prigioni in cui operano Celim e Caritas sono stati organizzati corsi professionali per i detenuti (elettricista, falegnameria, meccanica, ecc) aiutandoli a sostenere gli esami di qualifica professionale. L’idea di base è costruire, insieme a loro, capacità che possano spendere una volta usciti di prigione.

«Anche l’attenzione alla salute – osservano al Celim – è uno dei punti qualificanti del progetto. Negli anni abbiamo cercato di prestare attenzione alla condizioni igienico sanitarie dei detenuti e, in particolare, delle detenute e dei loro bambini. Nella prigione di Mazabuka, un penitenziario in pessime condizioni, abbiamo realizzato una clinica e organizzando corsi di formazione sanitaria. L’obiettivo è garantire la presenza costante di una persona preparata a intervenire in casi di emergenza ma anche di più semplici malanni».

Il progetto, iniziato nel 2016, è proseguito nel 2019 con due obiettivi ambiziosi. «Nel nuovo modulo che abbiamo pensato – concludono al Celim – ci concentreremo sul reinserimento economico-sociale. Creeremo centri nei quali, una volta riguadagnata la libertà, gruppi di ex detenuti potranno lavorare insieme e offrire ai concittadini i loro servizi come piccoli artigiani. In secondo luogo lavoreremo per la riconciliazione favorendo l’incontro dei detenuti con i loro famigliari, con le vittime e offrendo loro servizi di counseling. Siamo convinti che il reinserimento non solo sia possibile, ma sia doveroso e che queste persone possono dare ancora molto. In Zambia come in Italia».

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