Don Simone Fioraso, in servizio al “Gaetano Pini”, struttura non attrezzata per le malattie infettive, che però sta reagendo bene: «I pazienti desiderano vicinanza, io cerco di trasmettere loro calore spirituale». La storia di Maria, giovane ucraina amputata a una gamba, che presto avrà una nuova protesi

di Annamaria BRACCINI

Gaetano Pini
L'Istituto Gaetano Pini

Come si reagisce a questo difficile momento in un presidio ospedaliero che non è dedicato alle malattie infettive, e che quindi si trova a dover affrontare inedite emergenze nell’emergenza? Il cappellano dell’Istituto ortopedico “Gaetano Pini”, don Simone Fioraso, disegna uno scenario che, pur tra inevitabili preoccupazioni e problemi, apre spiragli di luce attraverso le buone pratiche che continuano a essere vissute tra le corsie.

Come sta andando?
Certamente il “Pini” non è dedicato alle malattie infettive, però abbiamo malati di Covid – nessuno in terapia intensiva – che devono essere operati. Ci sono anche dipendenti dell’ospedale che hanno contratto il virus, ma direi che qui si reagisce con un’attenzione molto forte alla persona, nella consapevolezza che il malato non ha nessuno intorno a lui e che, quindi, va in sala operatoria, sente l’esito dell’operazione che deve subire o dell’infezione che è avvenuta, da solo. Tante volte facciamo vedere alle persone anziane i figli per videotelefono. Una signora mi ha detto: «È come in televisione: vedi, ma non tocchi». I pazienti desiderano molto avere qualcuno accanto e io mi presto volentieri per stare vicino e far sentire un poco di calore spirituale, direi, facendo emergere, così, la loro stessa spiritualità. Credo che anche la solidarietà faccia parte della speranza che tanti continuano a tenere viva.

Si dice che le situazioni di ospedalizzazione “normali” – se possiamo chiamarle così – stanno soffrendo molto. C’è però qualche esperienza positiva?
Io vedo che praticamente gli ambulatori sono aperti, quindi le visite continuano. Nonostante alcune riduzioni, direi che l’ospedale sta facendo il massimo, per tutto quello che è possibile, mantenendo attiva la parte ortopedica e cercando di mettersi a totale disposizione nelle sue possibilità. Ci sono comunque storie belle, come il gesto nato in seno al nostro Consiglio pastorale, formato da infermieri, medici, la caposala, alcuni volontari che lavorano in ospedale, un diacono permanente, una suora e io. Qui era ricoverata una ragazza ucraina, Maria, che aveva già subito il taglio della gamba. È stata curata a Kiev, ma poi un sarcoma ha resa necessaria l’amputazione dell’arto, avvenuta un anno e mezzo fa; poi ha subito una seconda amputazione sul moncherino rimasto perché l’infezione era devastante. Questa ragazza aveva come protesi una gamba rigida. Parlando con lei, vedendo la sua voglia di vivere, di costruirsi una famiglia nonostante tutto, e la fatica che aveva fatto per accettarsi a 20 anni così, abbiamo pensato di aiutare Maria ad avere una protesi che le permettesse in qualche modo di muoversi. Sostenuti dalla Fondazione Disabili, abbiamo scritto la sua storia, che è stata pubblicata su Facebook, e stiamo raccogliendo dei fondi. Noi volevamo darle una gamba più perfetta e possiamo dire che il 4 novembre Maria avrà una protesi con gamba e ginocchio elettronici: potrà muoversi, camminare, piegare la gamba. Quando abbiamo guardato i suoi occhi, la gioia era immensa.

 

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