Una consacrazione non facile da comprendere, che richiede maturità e responsabilità di persone adulte nella fede e capaci di incarnarla nelle più disparate realtà

di M.M.
Membro di un Istituto secolare della Diocesi di Milano

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Fra le varie forme di consacrazione presenti oggi nella Chiesa, la più difficile da scoprire è forse quella della “consacrazione nella secolarità”: non è facile individuare i secolari consacrati, immersi e quasi dispersi nel mondo come sale e lievito per poterlo animare e trasformare dal di dentro.

Le idee sull’identità degli Istituti secolari sono piuttosto oscure, imprecise, perfino tra quanti – sacerdoti, religiosi e laici – si occupano della pastorale vocazionale o della pastorale giovanile in genere. San Paolo VI li definì «laboratori sperimentali, nei quali la Chiesa verifica le modalità concrete dei suoi rapporti con il mondo». In essi, infatti, si attua la sintesi, solo apparentemente inconciliabile, tra appartenenza a Dio e passione per il mondo, tra una dispersione operativa nelle condizioni di vita comuni a tutti gli uomini e una dimensione comunitaria vissuta nella fraternità in qualunque ambiente.

Date queste caratteristiche, la consacrazione secolare non solo è difficile da comprendere, ma anche richiede una maturità e una responsabilità proprie di persone adulte nella fede e capaci di incarnarla secondo sfaccettature spirituali diverse, nelle più disparate realtà familiari e professionali. Sì, perché noi consacrati secolari siamo medici, infermiere, insegnanti, sindacaliste, ingegneri, professionisti, operaie, giudici, ecc. Insomma, per usare un’espressione dell’Arcivescovo nella sua Proposta pastorale di quest’anno, «non facciamo niente» che esca dall’ordinario. Semplicemente, come Gesù nei suoi 30 anni a Nazareth, «viviamo»: come tutte le altre donne e uomini, dentro i problemi familiari, della casa, dell’assistenza ai genitori anziani, del lavoro. Sempre, però, ci contraddistingue un intenso e profondo impegno a cooperare per la maggiore affermazione della dignità umana e per la «santificazione del mondo».

Qui noi cerchiamo di testimoniare il Vangelo, donandoci gioiosamente a tutti senza legarci a nessuno, rendendoci disponibili alla volontà divina quale «appare dalla vita quotidiana, dai segni dei tempi, dalle esigenze di salvezza del mondo d’oggi». Ci è chiesto di abitare delle relazioni prendendocene cura, ripercorrendo con la memoria gli incontri decisivi avuti con il Signore, ma riscrivendo continuamente la nostra storia d’amore con Lui. Viviamo i consigli evangelici, ma da secolari, senza il sostegno di una vita comunitaria, senza la visibilità di un apostolato organizzato o di opere specifiche, ma «ricchi solo dell’esperienza totalizzante dell’amore di Dio», secondo l’espressione di papa Francesco. È una sequela Christi diversa da come si è andata realizzando nei secoli passati.

Ma non c’è da stupirsene: la creatività dello Spirito è illimitata!

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