L’Arcivescovo è intervenuto, in diretta streaming, al V incontro della rassegna “Sentieri letterari nella contemporaneità”, promossa dall'Ufficio Scolastico Territoriale di Sondrio e Cremona

di Annamaria BRACCINI

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Nella V diretta streaming della rassegna letteraria “Sentieri letterari nella contemporaneità”, promossa dagli Ufficio Scolastico Territoriale di Sondrio e Cremona, il dialogo al quale ha preso parte l’Arcivescovo, è stata occasione per approfondire i temi cruciali dell’ultima Enciclica di papa Francesco, “Fratelli Tutti”.
Dopo i saluti istituzionali, tra cui quello di Luigi Fiorentino, Capo Gabinetto del Ministro dell’Istruzione che ha sottolineato il ruolo del «privato sociale» e parlato di «un’iniziativa da apprezzare perché aiuta a riflettere, in questa fase importante della vita pubblica su un’Enciclica che declina tutte le tematiche della contemporaneità», l’incontro – moderato da Riccardo Maruti, giornalista de “La Provincia di Cremona” – entra immediatamente nel vivo. Il prefetto di Sondrio, Salvatore Rosario Paquariello, ricorda don Roberto Malgesini «luminoso esempio cristiano a servizio della Chiesa e della società civile» e il conferimento a questo sacerdote generoso della Medaglia d’Oro al Merito Civile alla memoria. Fabio Molinari, dirigente UST Sondrio e Cremona, ringrazia i relatori, definendo il termine “inclusione” la parola fondamentale di “Fratelli Tutti”.

L’intervento dell’Arcivescovo e dei relatori

«A differenza delle precedenti Encicliche, il Papa stesso scrive, nella sua introduzione, che “Fratelli tutti” vuole essere un’umile apporto alla riflessione», dice l’Arcivescovo.
Insomma, una scommessa sull’umano – così come l’ha chiamata il vescovo di Cremona, Antonio Napolioni.
«Si tratta non di un contributo dottrinale, ma per costruire il domani, ascoltando gli altri come un’invocazione e un gemito, ascoltando i poveri. Per questo – osserva ancora il vescovo Mario – l’Enciclica non si propone tanto come una sistematica, ma quale insegnamento in risposta a un grido. Fa, quindi, riferimento al fondamento della fraternità che il Papa riconosce condiviso dalle diverse culture», come testimonia la firma, il 4 febbraio 2019, del “Documento sulla fratellanza umana” di papa Francesco unitamente al Grande Imam di Al-Azhar.
«Il tema del povero che grida percorre ogni pronunciamento del Papa, basti pensare a “Querida Amazzonia” o a “Evangelii Gaudium”, e si può condividere con tutti coloro che sentono compassione. È significativo che un capitolo intero, il secondo, sia dedicato alla parabola del Buon Samaritano».
Padre Antonio Spadaro, gesuita, direttore de “La Civiltà Cattolica”, parte dal I capitolo di “Fratelli Tutti”, al numero 32, dove si parla della pandemia. Come non ricordare la prima “uscita” pubblica del nuovo Papa, il 13 marzo 2013, quando Bergoglio, dalla Loggia, parlò di un cammino di fratellanza per cui pregare tutti?
«Questo messaggio si è intrecciato con quello che sta avvenendo – il fenomeno della pandemia -, segnalando la necessità di dare una lettura spirituale e umana di ciò che accade e di cosa ci sta dicendo Dio in questo tempo», sottolinea Spadaro.

Una sfida, questa, anche per la Chiesa.
«Il Papa da leader globale, ha parlato di un pianeta malato, in cui la pandemia ha smascherato le nostre sicurezze superflue e la vulnerabilità su cui, tuttavia, abbiamo stilato agende e programmi. Serve un nuovo inizio, non una retorica sulla generica ripartenza. L’immunità dal virus, diventa un’immunità dalle false sicurezze esemplificata dall’immagine stessa della barca su cui siamo tutti e tutti chiamati a remare insieme nella tempesta».
Una “tempesta” che diviene il luogo ideale per riscoprire la fraternità. Come la carovana di “Evangelii Gaudium”, definita “mistica della fraternità”, così la barca di “Fratelli Tutti” può essere – per così dire – un mezzo (anche di trasporto simbolico) per superare la crisi del nostro tempo. «Per questo l’Enciclica ci offre una visione e un filo rosso per “riannodare” il mondo».

Poi, la politica, seguendo il capitolo V del pronunciamento.
«Questa è un’Enciclica teologica che ha un impatto sull’idea più alta della politica. La fraternità, qui, consente a persone uguali per dignità di partecipare al bene comune, ognuno con le proprie capacità. Il riconoscimento della fratellanza ci fa riconoscere fratelli e cittadini con uguali diritti e doveri. La cittadinanza è, così, la traduzione politica della fratellanza».
Non a caso, nel sottotitolo, vi è l’espressione “amicizia sociale”.
In questa Enciclica – secondo Spadaro -, «anche se non si fa politica», c’è, infatti, un principio di società. Contro una politica che è fatta di «ricette effimere di marketing», la fratellanza diventa risposta.

«A livello internazionale papa Francesco pone la questione del multilateralismo e, in un momento in cui l’economia e la finanza a livello globale tendono a eliminare la politica, chiede di dare importanza alle grandi Istituzioni internazionali. Il Papa vuole un cambio di prospettiva globale, delineando un forte impegno civile della Chiesa».
E i populismi indicati con dolore e preoccupazione? Chiara la risposta di padre Spadaro.
«Questi movimenti strumentalizzano e considerano il popolo non come soggetto, ma vogliono assoggettarlo. Questo vale in politica e a livello di quella Chiesa che vede il popolo come oggetto e non come soggetto di evangelizzazione».

Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio e docente all’Università Roma Tre, approfondisce la visione della pace presente, in specifico, dal capitolo VI al numero 198, con quella parola che ricorre subito: “dialogare”.

«”Fratelli tutti” è una proposta di dialogo sui problemi e sui drammi dell’umanità, che vuole iniziare un processo in un tempo come il nostro refrattario a elaborare progetti. La pace delineata nel capitolo VII, definisce le sorti di milioni di persone sono nelle mani dei signori delle armi, per cui molti si sono rassegnati all’idea che la pace non sia possibile».
Il ringraziamento è all’Arcivescovo per le brevi riflessioni proposte, l’anno scorso in quaresima via social, proprio sulle guerre dimenticate alle ore 6 e 28 di ogni mattina, perché, secondo Impagliazzo, «bisogna dare speranza, tenendo conto che per noi rassegnarsi, in un Paese che pure vive in pace, significa rassegnarsi alla guerra degli altri».

«C’è una forza nei cercatori di pace e nei pacificatori che agisce anche solo con la preghiera, come indica l’impegno pluridecennale di “Sant’Egidio”». E, oltre la preghiera, esiste la negoziazione: mai più la guerra ripete, infatti, Francesco con le parole pronunciate di Paolo VI all’Onu, il 4 ottobre nel 1965.
«C’è un’architettura di pace da ricostruire per la quale ognuno può essere artigiano in un cantiere aperto. “Fratelli tutti” ci chiede di uscire da un’irrilevanza, dettata dalla rassegnazione e dall’indifferenza, e invita a prendere le nostre responsabilità, imparando da tutti e includendo le periferie e i piccoli. Il Papa vuole che in noi si avvii un processo di cambiamento rinnovando un senso di appartenenza alla comune umanità. Ben venga questa Enciclica nella scuola perché è un manuale di inclusione», conclude.

Infine, il «miracolo della gentilezza» su cui si sofferma l’Arcivescovo. «Un miracolo perché è una merce rara, anche se è uno stile più praticato dei miracoli».
«Dal riconoscimento dell’inalienabile dignità della persona nasce il tratto della gentilezza, che è uno stile. La gentilezza è, poi, condizione indispensabile per un dialogo che non sia semplice contrapposizione, ma capace di entrare in un rapporto personale. Infine, la cultura dell’incontro come modo di considerare la persona e gli altri mondi come portatori di valori. La gentilezza è quella forma di rispetto che si pone in ascolto perché sa che gli altri hanno qualcosa da dire.

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