In Duomo, l’Arcivescovo ha presieduto il Pontificale nella festa di Tutti i Santi. «In questa solennità siamo invitati a guardare la storia con gli occhi di Dio e non con quelli del conformismo»

di Annamaria Braccini

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Nella Solennità di Tutti i Santi, circondati dalle migliaia di segni di santità incisi nel marmo della Cattedrale, la voce dell’Arcivescovo, che presiede il Pontificale, risuona forte e scuote la coscienza dei tanti, troppi, «cristiani del conformismo» del Terzo millennio. Noi tutti, quelli che «vivono l’imbarazzo di essere riconosciuti e sentono il disagio di essere oggetto di scherno e di discredito; che tacciono le parole del Signore perché l’insulto spaventa; che si presentano come tolleranti ma che, in realtà, sono timidi e temono di essere riconosciuti e di diventare impopolari. Cristiani che si conformano all’aria che tira, ripetendo le parole correnti, convincendosi che si possa essere discepoli di Gesù e accomodarsi nell’omologazione. I cristiani del conformismo assistono, come tutti, alle ingiustizie insopportabili che opprimono popoli, ma, come tutti, preferiscono tacere piuttosto che protestare, preferiscono confermare il proprio stile di vita, piuttosto che convertire il proprio cuore, preferiscono ritenere la povertà una fatalità irrimediabile piuttosto che domandarsi cosa possono fare per aggiustare il mondo».
E, ancora, cristiani che evitando «le dichiarazioni che li possano far riconoscere come quelli segnati con il sigillo del Dio vivente, perché sanno che non è di moda», vivono, così, una contraddizione profonda tra il Vangelo «e i giudizi che si devono esprimere, gli stili di vita che si devono praticare, gli investimenti che si devono fare per imparare “a stare al mondo”». Anche quando questo mondo mostra la sua faccia peggiore e noi continuiamo a non far nulla, pur sentendo «pronunciare le parole di odio, i propositi di vendetta, l’esibizionismo della prepotenza, la viltà dei ricatti, le menzogne per giustificare le scelte contro la vita, contro i poveri».
«Sconfitti prima ancora della battaglia», per usare un’espressione sempre di monsignor Delpini che aggiunge: «I cristiani del conformismo sentono parlare male della Chiesa che abitano e sono inclini alla creduloneria più che alla ricerca della verità; si adeguano a quel sentire diffuso ad arte che rende imbarazzante apprezzare la missione della Chiesa e il suo servizio all’umanità».
L’invito, ma sarebbe meglio parlare di monito, è ad avere uno scatto di fierezza, guardando ai Santi e commemorando i Defunti: «In questa solennità siamo invitati a guardare la storia con gli occhi di Dio e non con quelli del conformismo. Anche noi, cristiani timidi, imbarazzati, complessati, accomodati nella omologazione, forse possiamo sentire un appello a non nascondere il sigillo del Dio vivente con cui siamo stati segnati e a farne una ragione di fierezza e un impegno di coerenza».
Ma da cosa si riconosce questo sigillo e quali i suoi caratteri? sono quelli che l’Arcivescovo delinea in riferimento alle Letture appena proclamate nella Liturgia della Parola.
«Il sigillo insegna a usare i verbi al futuro: il presente non è l’ultima parola, quello che oggi appare non è la verità, la situazione in cui siamo non è il destino ineluttabile o la comodità irrinunciabile. I verbi al futuro indicano che c’è una strada per cui i poveri giungeranno alla gioia, gli afflitti saranno consolati, coloro che hanno fame della giustizia saranno saziati, coloro che sono insultati e perseguitati riceveranno una grande ricompensa nei cieli».
«Coloro che portano il sigillo del Dio vivente si esprimono nell’essere insieme a cantare le lodi del Signore: soltanto insieme, soltanto nella comunità cristiana, soltanto sostenuti dalla fraternità ecclesiale si può percorrere il cammino verso la santità» e uscire dalle chiese diversi rispetto a quando vi si è entrati.
«Forse oggi possiamo ricevere in dono un sussulto di lucidità e di fierezza per decidere di non continuare nel mimetismo timido e nell’omologazione imbarazzata, per diventare anche noi concittadini dei santi e familiari di Dio, nella capacità parlare al futuro, nel segno della gioia invincibile, nell’unirci al coro della moltitudine immensa dei redenti dal sangue dell’agnello».
E, alla fine, ancora un auspicio perché «i santi di questo Duomo, migliaia di statue e di figure che ci accompagnano come presenze amiche quando entriamo, e ci incoraggiano quando usciamo aiutino a portare nel mondo quella gioia che il Signore ha seminato nei nostri cuori».

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