Don Antonio Anastasi, da pochi mesi vicario parrocchiale a Calò (frazione di Besana), durante la quarantena ha riscoperto appieno il valore delle relazioni. È nata l'idea di dipingere su una parete bianca della sua nuova casa un albero, in cui le foglie fossero i volti delle persone amiche. Un progetto che ha avuto risvolti inaspettati...

di Stefania CECCHETTI

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La quarantena è stata dura per tutti, ma ancor più per quanti l’hanno trascorsa da soli. Si è trovato in questa situazione don Antonio Anastasi, vicario parrocchiale neo-nominato della Comunità pastorale Santa Caterina di Besana in Brianza, che durante il lockdown non ha avuto nemmeno il conforto delle celebrazioni online: «Sono arrivato nella parrocchia dei Santi Vitale e Agricola, nella frazione di Calò, nel novembre 2019. Nemmeno il tempo di conoscere bene tutti i parrocchiani, divisi tra sei parrocchie e oratori, ed ecco che è arrivato il lockdown. Nei primi giorni ho concelebrato le messe in streaming con il parroco, il diacono e gli altri due vicari della comunità, nella parrocchia centrale di Besana. Poi, a causa delle norme più stringenti che impedivano gli spostamenti non necessari, non ho potuto più raggiungerli e dal momento che la Messa online per la comunità era unica, io sono rimasto anche “orfano” di questa possibilità di contatto, seppur virtuale, con altre persone, tanto che per “disperazione” ho cominciato a celebrare con due gruppi di amici via Skype. È stata una decisione sofferta, presa insieme agli altri preti della comunità, ma ci è sembrato giusto rimanere ligi alle regole ed evitare inutili occasioni di contagio anche tra noi, per non rischiare di lasciare completamente sguarnita la comunità. In questo modo, però, ho perso anche quelle residue relazioni di “presenza” che mi erano rimaste».

Così don Anastasi si è trovato a pregare da solo, nella sua chiesa di Calò, anche nella giornata del Sabato Santo: «Mi sono interrogato molto su cosa significasse la parola Resurrezione e ho capito che risorgere, in quel contesto, significava per me soprattutto rivedere le persone care». Questa riflessione si è concretizzata in un’immagine, l’albero della vita: «È un simbolo forte – spiega don Antonio -, presente già nelle culture dell’area mediorientale in epoca pre-cristiana, poi ripreso dall’ebraismo, con la Genesi, e infine dal cristianesimo. L’albero della vita è la croce, il legno da cui sorge una vita nuova. Un’immagine molto significativa anche nella mia vita: quando sono diventato prete mi hanno regalato un quadretto con l’albero della vita a cui sono molto legato». Immediatamente questa immagine ha fatto nascere un’idea: «Ho pensato di realizzare un grande albero – racconta -, in cui le foglie fossero i volti delle persone care incontrate sul mio cammino. Avevo giusto una parete vuota, all’ingresso della casa nuova, che si prestava allo scopo».

Il primo passo è stato passare in rassegna la rubrica del telefono per individuare le persone care a cui chiedere la foto, spiega don Anastasi: «Ho scritto un messaggio e l’ho inviato non a pioggia, ma scegliendo uno a uno tutti i destinatari. L’albero è diventato così il pretesto per risentire persone che non vedevo da anni, ma a cui ero rimasto molto legato: dagli ex compagni di scuola ai parrocchiani della due parrocchie in cui sono stato prima di Calò. È una cosa che consiglio di fare a tutti, una volta ogni tanto, quella di scorrere la propria rubrica telefonica, ti rendi proprio conto della ricchezza delle amicizie che il Signore mette sulla tua strada. Soprattutto noi sacerdoti, che per il nostro ministero incontriamo così tante persone».

A tutti don Antonio ha chiesto una foto significativa, che li ritraesse in un momento felice della propria vita: «I ragazzi sotto i 20 anni, gli over 35 e le famiglie hanno risposto senza esitazioni. Invece nella fascia 20-30 diverse persone hanno temporeggiato, dicendomi che la mia richiesta li aveva messi in crisi. Li avevo costretti a pensare che forse la loro vita non era poi così felice come credevano. Questo li ha sorpresi e interrogati profondamente». La stessa cosa che hanno riferito tante persone, costrette a fermarsi per via del Coronavirus: hanno ribaltato le proprie prospettive e individuato nuove priorità.

«Adesso che l’albero è finito – conclude don Anastasi – mi sono accorto che in realtà non è finito proprio niente. Quando ho pubblicato il risultato sul mio profilo Facebook, tante persone che si erano dimenticate mi hanno mandato la foto e tante di cui mi ero dimenticato io, hanno chiesto di aggiungersi. Dovrò quindi disegnare altri rami». Ma soprattutto, questo albero è un albero della memoria. Mancano ancora tutti i volti del presente, le amicizie che nella nuova comunità parrocchiale hanno ripreso a costruirsi, piano piano, dopo il lockdown: «Per i volti di Besana – assicura don Anastasi – dovrà nascere presto un nuovo albero».

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