I temi al centro della Giornata diocesana Caritas (anticipata sabato 9 dal convegno con l’Arcivescovo) ben simboleggiati dal ventennale progetto di raccolta degli indumenti usati. Luciano Gualzetti fa chiarezza dopo i sospetti avanzati da alcune inchieste giornalistiche: «Ecco come degli scarti generano ricchezza investita a favore di persone in difficoltà e offrono opportunità di impiego a soggetti deboli»

di Francesco CHIAVARINI

cassonetti Caritas

Sabato 9 novembre il convegno di preparazione della Giornata diocesana Caritas (10 novembre) sarà dedicato alla tutela del creato. Non solo. Caritas Ambrosiana si sta impegnando a ridurre l’impatto ambientale della propria attività, a partire proprio dagli uffici della sede centrale. Si tratta di un’improvvisa conversione ecologica dell’organismo diocesano nato per promuovere la cultura della solidarietà? In realtà la Caritas, fedele al suo approccio, ha da tempo coniugato difesa dei diritti dei più deboli ai problemi dell’ambiente.

Per esempio già vent’anni fa ha promosso Dona valore, il sistema di raccolta degli indumenti usati attraverso i cosiddetti “cassonetti gialli”: un esempio virtuoso di economia circolare che, adottato anche dalla vicina Diocesi di Brescia, ha finanziato fino a oggi con oltre 3,5 milioni di euro 141 progetti sociali per 5.600 persone in difficoltà e ha permesso il risparmio di 42 mila tonnellate di emissioni di anidride carbonica, oltre 70 miliardi di metri cubi di acqua, 3.500 tonnellate di fertilizzanti e 2.350 tonnellate di pesticidi risparmiati. Negli anni, la raccolta degli indumenti usati attraverso i contenitori collocati per strada, proprio in ragione del suo successo, ha attirato tanti altri operatori. Questo sistema, proprio per la rilevanza che ha assunto, è stato oggetto anche recentemente di inchieste giornalistiche. Alcune di queste, purtroppo, invece di fare chiarezza, hanno alimentato sospetti, creando un grave pregiudizio verso un intero settore economico. Pregiudizi che non aiutano ad affrontare i problemi che gli operatori onesti, come le cooperative promosse da Caritas Ambrosiana, insieme ad altri soggetti denunciano da tempo e per i quali propongono anche soluzioni. Ne parliamo con il direttore di Caritas Ambrosiana, Luciano Gualzetti.

Come è nato Dona Valore?
Negli ultimi anni il consumo dei prodotti dell’industria dell’abbigliamento è enormemente aumentato. Le persone hanno preso a disfarsi più rapidamente degli abiti che non usavano più portandoli in parrocchia, dove, per antica tradizione, venivano raccolti e donati alle famiglie bisognose. L’offerta ha superato così velocemente la domanda. A un certo punto le parrocchie non riuscivano più a ridistribuire tutto quello che ricevevano, perché il numero di capi era ben superiore a quello dei poveri. Ci chiedemmo allora che cosa fare di questa montagna di abiti usati, destinata a finire in discarica come rifiuto, producendo alti costi economici e ambientali legati allo smaltimento. Decidemmo quindi di creare due canali di recupero complementari: quello tradizionale affidato ai volontari dei centri di ascolto che distribuisce ancora oggi direttamente alle persone in difficoltà gli abiti usati, attraverso i “guardaroba dei poveri”, e quello affidato alle cooperative sociali, chiamato “Dona Valore”. Le cooperative raccolgono gli abiti usati e gli accessori (scarpe e borse) in contenitori gialli, i cosiddetti cassonetti, con il marchio delle Caritas delle diocesi di Milano e Brescia posti in aree concesse dalle pubbliche amministrazioni attraverso regolari bandi. Poiché, per la legge italiana, quegli abiti sono rifiuti, le cooperative li vendono a imprese autorizzate a svolgere il lavoro di selezione, cernita e igienizzazione. Con il ricavato di questa vendita vengono finanziati progetti sociali promossi dalle Caritas. In questo modo degli scarti, invece di essere un problema da gestire generano ricchezza che viene investita a favore di persone in difficoltà. Non solo. Essendo la raccolta affidata a cooperative sociali che impiegano persone svantaggiate, la gestione stessa dell’attività ha un immediato impatto sociale, offrendo opportunità di impiego a soggetti deboli. Oggi sono impiegati 87 lavoratori, il 70% dei quali in condizioni di svantaggio.

Ci sono persone che continuano a credere che gli abiti che mettono nei cassonetti vanno ai poveri. Come mai?
Purtroppo questa idea è ancora molto radicata proprio in virtù della consolidata tradizione di raccolta in parrocchia che per altro continua. In questi anni le cooperative hanno fatto molti sforzi per spiegare quello che fanno e come lo fanno. Dovranno investire di più in comunicazione, ma dovremo anche trovare il modo perché questo maggiore sforzo, che ritengo doveroso, non sottragga risorse al finanziamento dei progetti sociali di cui beneficiano i poveri, che sono la ragione per la quale Dona Valore ha ragione di esistere.

Recentemente la filiera della raccolta degli indumenti usati è finita sotto la lente di ingrandimento. Sono stati sollevati sospetti su connessioni tra le imprese commerciali che si occupano dello stoccaggio per il recupero degli abiti e addirittura la camorra. Cosa ne pensa?
Evidentemente non c’entriamo nulla con quel mondo. Ed è molto grave che anche solo vi si facciano allusioni. Le nostre cooperative si sottopongono a regolari audit da parte di enti terzi che ne certificano l’eticità e pretendono dai loro acquirenti tutte le garanzie possibili. Alle autorità pubbliche, che ne hanno i poteri, spetta esercitare i controlli su soggetti che essi stessi autorizzano a operare e sempre alle autorità spetta revocare i permessi a coloro che non rispettano le leggi o addirittura che trafficano con la malavita. Noi abbiamo preteso che le cooperative interrompano i rapporti commerciali in essere con i loro acquirenti ogni volta che vengono provate irregolarità da parte loro anche se questo produce un danno economico. Di più non possiamo fare, né ci compete farlo.

Cosa chiedete che le istituzioni facciano per continuare a operare in futuro?
Da tempo chiediamo alle istituzioni di fare pulizia nel sottobosco di questo settore, consentendo agli operatori onesti, come sono le nostre cooperative e gli atri soggetti profit e non che si occupano della raccolta degli abiti usati, di poter continuare a farlo con tranquillità. Le nostre cooperative hanno anche diverse idee su come si potrebbe procedere. Una di queste è la costituzione di un Consorzio Obbligatorio o quanto meno di un Albo Pubblico degli impianti autorizzati al trattamento degli indumenti usati che rispondano a tutti i criteri di trasparenza, legalità, onorabilità. Può essere una strada.

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