In Duomo, l’Arcivescovo ha presieduto la Celebrazione nel 16° anniversario della morte del Servo di Dio don Luigi Giussani, e del 39° del Riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione. Tra i concelebranti il presidente della Fraternità e successore di “don Gius”, don Julián Carròn

di Annamaria Braccini

messa_don_giussani_AGLU

«Il ricordo di don Giussani è l’occasione per ascoltare con lui la parola che il Signore ci rivolge oggi. Il suo carisma è all’inizio di un Movimento, di un andare, di un lasciarsi provocare. La sua personalità, i suoi scritti sono un dono per tutta la Chiesa e diventano una traccia da seguire: essere in movimento secondo la spiritualità del pellegrino. Leggere gli scritti per trovarvi luce per il cammino e per ritrovarvi l’eco della parola di Dio, oltre e avanti: oltre la cerchia delle persone conosciute per andare nella missione, oltre la consuetudine dei pensieri pronunciati come citazioni, oltre le strutture sentite come un servizio perché siano duttili alle nuove sfide. Don Giussani è stato una figura provocatoria per questo impegno a guardare oltre, per liberarsi dei luoghi comuni e del pensiero dominante, per dire che oltre c’è una speranza, una terra, una novità. Noi ricordando il dono che don Giussani è per la Chiesa sentiamo che da lui stesso ci viene rivolto l’invito ad andare oltre, il Signore vi aspetta più avanti».

Nella Celebrazione che ricorda il 16esimo anniversario della morte del Servo di Dio don Luigi Giussani, avvenuta il 22 febbraio 2005, e il 39esimo del Riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Librazione (11 febbraio 1982), l’Arcivescovo invita tutti a riflettere, utilizzando l’immagine, appunto, della “spiritualità del pellegrino”.

In Duomo arrivano tanti fedeli – giovani e anziani, intere famiglie ovviamente disposti con le distanze prescritte e mascherine – che partecipano commossi. Concelebrano – oltre a una ventina di presbiteri – don Julián Carròn, presidente della Fraternità di Cl, il vescovo ausiliare monsignor Paolo Martinelli, l’abate dell’Abbazia olivetana “San Benedetto” di Seregno, Michelangelo Tiribilli, monsignor Carlo Azzimonti, vicario episcopale della Zona pastorale I-Milano, il moderator Curiae, monsignor Bruno Marinoni, il vicario episcopale, monsignor Luca Bressan e don Mario Garavaglia, assistente ecclesiastico diocesano della Fraternità.

Il pensiero va al momento che stiamo vivendo e che rende anche l’ormai tradizionale Messa in memoria di “don Gius”, – in questi giorni se ne celebrano di simili in molti Paesi del mondo – in qualche modo diversa dal passato.

«Alla gente che si è fermata, Dio dice: “parti”. Alla gente che si aggrappa a quello che possiede per vincere le paure, le incertezze, Dio dice: “fidati”. Alla gente che trova rassicuranti i confini per rendersi inaccessibile, Dio dice: “esci”», dice il vescovo Mario che aggiunge: «C’è infatti una fatica, una resistenza, forse addirittura una paura, un’oscura angoscia nello sporgersi verso il futuro e c’è la tentazione di trovare sollievo nell’assestarsi nel presente».

Per questo, «invece della via da percorrere, c’è la terra da possedere; invece dell’essere in cammino, l’illusione di essere arrivato; invece della mèta, si è attratti dal parcheggio; invece della domande che inquieta», vince «il luogo comune, la banalità che alimenta la presunzione di essere nel giusto solo perché si ripete quello che tutti dicono».

Una situazione che diviene tanto più dolorosamente vera nel contesto dei rapporti umani. «La persona, invece di una libertà da custodire, diventa un oggetto da desiderare, gli affetti invece che l’incoraggiamento al dono diventano l’eccitazione del piacere, gli altri invece di fratelli e sorelle da servire con stupore e gratitudine, sono trattati come risorse di cui servirsi con meschina ottusità e opaca indifferenza», scandisce l’Arcivescovo.

Ma così come dice il Libro dei Proverbi – appena letto nella II Lettura – la parola della sapienza, attraverso saggi e affidabili testimoni, continua a essere invito e richiamo al domani.

«La sapienza è dunque una via, piuttosto che una dottrina, è un’alba che consente di vedere il passo da compiere, rivelando che siamo persone libere che non possono sottrarsi alla responsabilità di scegliere il futuro, di abitare il tempo non come il presente immobile, ma come la condizione per rispondere al Signore che chiama».

Torna, nelle parole del vescovo Mario, l’immagine del pellegrino che «è un viandante, ma non è un girovago, che obbedisce a una parola che lo guida. Il pellegrino non cammina senza criterio: distingue la via degli empi e la strada dei giusti».

Così come Abramo, nel Libro della Genesi, che si fa pellegrino e «abitatore del tempo, non dello spazio» in quanto «sa perché è partito, sa a quale promessa ha creduto, sa che il tempo scriverà non solo le rughe sulla sua pelle, ma il nome nuovo con cui sarà chiamato nel giorno ultimo».

E, infine, il pellegrino «che cammina insieme con molti, appartiene a un popolo, a una carovana, ma sa che nessuno lo può sostituire nel rispondere alla voce che lo chiama; che l’appartenenza alla carovana non è un costume con cui camuffarsi, ma la responsabilità di curarsi di tutti e di non permettere che nessuno rimanga indietro. Tutto il suo andare non avrebbe senso se si fermasse prima di giungere là dove l’aspetta il Signore».

Un cammino – questo – che tutti possiamo compiere, «come un invito ad andare oltre, come una parola che apre gli orizzonti».

Parole per cui don Carron, al termine della Celebrazione, ringrazia in nome «dei presenti e di tutti gli amici che hanno partecipato in collegamento».

«Nelle vicende quotidiane personali e sociali, pur spesso segnate da dure prove e dalle fatiche e incertezze di tutti, nella partecipazione alla vita della Chiesa, ci è sempre più evidente che il carisma ricevuto non è appena a beneficio nostro, come una sorta di privilegio, ma è totalmente a beneficio e a servizio del popolo cristiano condotto dai suoi Pastori, insieme e sotto la guida di papa Francesco cui va la nostra filiale devozione», sottolinea il presidente della Fraternità.

«La nostra determinazione è a servire la missione di questa Chiesa ambrosiana, nel cui seno è sorta dalla persona di un suo sacerdote, don Giussani, una “storia particolare” che oggi è diffusa in tutto il mondo. Non chiediamo altro che di poter offrire la nostra esistenza al Signore nella fedeltà ai Pastori e a quell’accento dello Spirito di Cristo che ci ha affascinato e continua ad affascinarci e così ci apre continuamente alla totalità della vita della Chiesa nelle vicende del mondo», conclude don Carron.

Infine, prima della benedizione, il ringraziamento è anche da parte dell’Arcivescovo nel richiamo alle tante Celebrazioni che, in diverse parti della Diocesi, «pregano e ricordano don Giussani» e a chi segue da lontano. «Devo dire la mia gratitudine a voi e a tutto il Movimento per la testimonianza di fede che ho ricevuto spesso in questo tempo di pandemia costatando la fedeltà alla preghiera, la condivisione di momenti di riflessione e di intercessione sulle varie piattaforme: quella costanza nello stare vicino a coloro che sono provati nella salute, che vivono momenti difficili a causa della pandemia. Vi invito a continuare a vivere una vita sospesa, ma testimoniando una storia che vale la penna di essere vissuta».

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi