«L’ulivo che portiamo nelle nostre case, negli ambienti in cui viviamo, sia un messaggio di gioia perché viene il re della pace e di augurio perché la pace torni sulle terre insanguinate dalla guerra».
Nella domenica delle Palme, il grande portale d’ingresso alla Settimana santa, chiamata autentica per la sua esemplarità nel Rito ambrosiano, tra le navate della Cattedrale, si affollano i moltissimi che, portando tra le mani l’ulivo, prendono parte al Pontificale presieduto dall’Arcivescovo.
Celebrazione solenne, tradotta anche nel linguaggio dei segni, che si apre con la benedizione delle palme e degli ulivi all’esterno della chiesa di Santa Maria in Camposanto e con la processione alla quale partecipano il Canonici del Capitolo metropolitano, i membri dell’Arciconfraternita del SS. Sacramento, del Sovrano Militare Ordine di Malta e dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro. Un magnifico colpo d’occhio, l’ingresso in Cattedrale, mentre sull’esecuzione dei tradizionali Dodici Kyrie, peculiari delle Solennità ambrosiane eseguiti dalla Cappella musicale, il Duomo, già inondato di luce primaverile, si colora del verde delle palme e degli ulivi, segno antico di una pace che, mai come oggi, sembra lontana dalla terra degli uomini. Di quegli «ottusi», che siamo tutti noi, di fronte al vero significato dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, in questo del tutto simili ai discepoli che furono testimoni di quei fatti e che, al momento, «non compresero», come dice il Vangelo di Giovanni a cui si ispira l’omelia del vescovo Delpini.
L’ottusità dei discepoli di ieri e di oggi
«Di chi parla l’Evangelista denunciando l’ottusità e l’incapacità di comprendere il mistero? Forse di quelli che presumono di aver già capito, forse dei discepoli che guardano altrove e che hanno tanti altri interessi. Forse di noi, discepoli devoti, custodi di tradizioni importanti, eppure come presi da un’inerzia che ci induce a passare oltre senza capire», dice, infatti, subito il vescovo Delpini.
«I discepoli mediocri assistono all’opera di Dio nella storia che si compie sotto i loro occhi, ma non se ne rendono conto. Lo sguardo ottuso e il pensiero pigro si accomodano nella banalità. Ogni evento si riduce a un fatto di cronaca; ogni opera di Dio o dell’uomo si riducono a “sono cose che capitano”: non c’è nessun significato».
E, dopo, la banalità, anche la tristezza.
«I semplici cantano, gridano, fanno festa. La folla, come succede, è tutta coinvolta come da un contagio di entusiasmo: il Signore visita il suo popolo, l’inviato di Dio porta alla città la sua benedizione. Ma essi non compresero. I discepoli sono inclini alla tristezza e al pessimismo e diffidano dell’entusiasmo dei semplici. Sono abituati allo scetticismo e non si lasciano sorprendere dallo stupore né sono disponibili a ospitare l’esultanza. Abita nei discepoli, di allora e di oggi, una predisposizione alla tristezza che deposita un velo di grigiore in ogni incontro e su ogni momento».

Il vero potere è il servizio
Anche e soprattutto perché 2000 anni fa come nel terzo millennio, i discepoli sono «imprigionati nella logica del mondo che intende il potere come dominio e la violenza come inevitabile: se vuoi evitare di essere colpito, colpisci tu per primo. I discepoli, di allora e di oggi, si contendono i primi posti e discutono tra loro quale possa essere considerato il più importante».
Insomma, «ecco l’ambizione e la violenza», osserva ancora l’Arcivescovo, «che impediscono di capire «la regalità originale e misteriosa di Gesù che manifesta la sua signoria nella mitezza disarmata. Il Signore non viene con gli eserciti e la potenza, non inizia un regno che domina con la forza, non è armato per fare la guerra, non si afferma combattendo i nemici. Viene seduto su un puledro figlio d’asina. Il potere si esercita come un servizio, la gloria si irradia come amore, le relazioni si costruiscono come fraternità».

Cosa che essi, appunto, non compresero rimanendo – «nello smarrimento di chi si perde nell’enigma dell’universo e nell’assurdità della storia umana» per cui «cercare il senso delle cose sembra una perdita di tempo alla quale si possono dedicare gli sfaccendati. È più ragionevole pensare che si viene dal nulla e nel nulla si fa a finire: siccome sono intelligente, sono agnostico».
Bisognerà arrivare al dramma della passione, allo scandalo della morte in croce di Gesù e alla sua risurrezione perché i discepoli ricordino e comprendano la vera vita.
Prepariamoci a celebrare la Pasqua
Arriva, allora, al termine dell’omelia, anche un auspicio. «La Pasqua non è un fatto di cronaca, ma è la gloria che rischiara le tenebre, la vita che vince la morte e dona la vita. Così anche noi discepoli pieni di domande e segnati dalla tristezza, ci prepariamo a celebrare la Pasqua come discepoli stanchi della banalità e resi per grazia disponibili allo stupore nel contemplare la rivelazione della prossimità affidabile di Dio. Ci prepariamo a celebrare la Pasqua come discepoli che trovano insopportabile la prepotenza, la violenza, la guerra, per renderci disponibili ad essere uomini e donne a servizio della pace, seguendo il Principe della pace. Ci prepariamo a celebrare la Pasqua come discepoli che trovano noioso l’agnosticismo, lo scetticismo e trovano gioia nella verità».

«Viviamo questa settimana nella confessione, nella riconciliazione, nella penitenza. Invito ciascuno a trovare tempo per questa opera di conversione», per la quale – conclude il vescovo Mario – domani in Duomo alle 18.30 presieduta sempre da monsignor Delpini, si svolgerà una celebrazione penitenziale a cui tutti sono invitati.


