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Celebrazioni

«La morte è il nemico sconfitto da Gesù che dà la vita e rende partecipi della vita di Dio»

Nella giornata dedicata alla commemorazione dei defunti le parole dell’Arcivescovo nelle Messe che ha presieduto nella Basilica di Sant’Ambrogio, nel cimitero di Chiaravalle e nel Duomo di Milano

di Annamaria BRACCINI

2 Novembre 2026
Ag. Fotogramma

«Coloro che non hanno speranza sono tristi e, talora, anche irresponsabili, avidi e smarriti», perché «non vedono nulla oltre la morte. Ma la disperazione, come scrive San Paolo, è frutto dell’ignoranza. La parola vera, la rivelazione di Gesù dissolve l’ignoranza e apre lo sguardo e il cuore alla luce e alla gioia».

Questo il “cuore” del messaggio che l’Arcivescovo, nella giornata dedicata alla commemorazione dei defunti, rivolge al gran numero di persone presenti alle diverse celebrazioni da lui presiedute a Milano nei cimiteri cittadini e, per i caduti delle Forze armate, nella Basilica di Sant’Ambrogio. Eucaristie a cui si sono aggiunte le soste in preghiera nei cimiteri di Greco, Bruzzano, Lambrate e Baggio: fin dalla prima mattina molti i momenti vissuti nel ricordo che si apre alla certezza della risurrezione.

La celebrazione a Chiaravalle

«La morte dei nostri cari non è un finire nel nulla che rende definitiva l’assenza e irrecuperabile la relazione. Noi professiamo la fede cristiana, la risurrezione e la vita eterna», ha detto infatti monsignor Delpini nella Messa nel cimitero di Chiaravalle, tornando sull’idea «della città triste dove abitano coloro che non hanno speranza», perché «le separazioni sono irrimediabili, le persone care sono perdute per sempre e non rimane più niente, se non le fotografie, le proprietà ereditate, i ricordi intensi e patetici. Tristi perché rimangono per sempre indicibili le parole non dette, inguaribili le ferite, impraticabili i percorsi del perdono, della riconciliazione, taciute per sempre le dichiarazioni di amore e i gesti di affetto».

Ben altro, ovviamente, ciò che offre la fede cristiana per la vita anche dopo la vita. Con quella «novità» – a dirlo è sempre Paolo – che «è la riconciliazione, la pace che salva dall’empietà: siamo liberati dal male, dall’essere estranei rispetto a Dio, siamo amati da Dio», come ha detto l’Arcivescovo presiedendo la celebrazione in Duomo.

La Commemorazione in Duomo

«La parola che viene annunciata per noi in questo giorno ci costringe a pensare ai nostri morti e alla nostra morte. La novità è la città santa, quella grazia di essere cittadini di una città dove abita il Signore, dove ogni lacrima sarà asciugata, dove ogni ferita sarà medicata, dove ogni pena sarà consolata, dove “non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno”. La vera novità è la vita eterna, la mia vita eterna: la morte non è il nemico al quale tutti devono prima o poi arrendersi, ma è il nemico sconfitto da Gesù che dà la vita e rende partecipi della vita di Dio. La novità è il compimento della relazione con Dio».

Una «visione», per usare ancora un’espressione dell’Arcivescovo, che ha assunto un significato particolare nel caso dei caduti delle Forze armate, ricordati in Sant’Ambrogio. 

Per i caduti delle Forze armate

«È impressionante vedere in ogni cimitero del nostro Paese le lapidi che ricordano i caduti delle ultime guerre combattute dagli eserciti italiani, la guerra ’15-’18 e la seconda guerra mondiale. Lunghi elenchi di nomi sconosciuti, di giovani di cui si può indovinare la giovinezza. I soldati, le forze armate, le forze dell’ordine muoiono anche in tempo di pace, anche nella missione di custodire l’ordine pubblico, di contrastare la malavita organizzata». Il pensiero non può che andare ai recentissimi morti nella sciagura dell’elicottero precipitato in Bosnia durante un addestramento e le cui salme proprio oggi sono tornate in patria.

Per andare, allora, oltre la retorica e chiedersi «per che cosa sono morti tanti militari di tante guerre», la Chiesa, ha sottolineato l’Arcivescovo, «fa risuonare la voce dei Papi che hanno gridato: “jamais plus la guerre” come disse Paolo VI, il 4 ottobre 1965, all’Onu. Considerando l’immane tragedia, l’inutile carneficina, risuona questo grido inascoltato: mai più la guerra».