La storia del Santuario, costruito nel Seicento sul luogo di un miracoloso intervento della Madonna, e frequentato da campioni e amatori: Fausto e Gino vi portarono la fiaccola benedetta da Pio XII. Sul lato opposto del piazzale il grande Museo del ciclismo

di Mauro COLOMBO

Santuario della Madonna del Ghisallo (interno)
L'interno del Santuario della Madonna del Ghisallo

Secondo la tradizione, fin dall’XI secolo sul colle posto al culmine della Vallassina era collocata un’icona della Vergine: una delle tante immagini sacre presenti ai bordi delle strade, a custodia dei paesi e a protezione dei viandanti dai briganti. Proprio in alcuni delinquenti, poco dopo il Mille, si imbatté un certo conte Ghisallo: minacciato di morte, chiese protezione alla Madonna e venne salvato. Da qui l’immagine sacra prese il nome di “Madonna del Ghisallo” e fu subito invocata con questo titolo.

L’originaria icona fu circondata da un primo tempietto. Nel 1623 fu costruita la chiesetta attuale e nel 1681 fu aggiunto il portico anteriore a tre archi. L’immagine ora venerata è una Madonna del Latte del ’500, di autore ignoto, quasi certamente ricostruita sopra la precedente, andata consunta. Dapprima affrescata sul muro, è stata riportata su tela nel 1950.

Il colle è sempre stato frequentato dal ciclismo come palestra e luogo di competizione: tutti gli anni vi transita il Giro di Lombardia, in più di un’occasione è passato anche il Giro d’Italia (è successo proprio quest’anno). La chiesetta è punto di riferimento per riposare e pregare. Fin dagli anni Quaranta il parroco di Magreglio don Ermelindo Viganò si adoperò per far proclamare la Madonna del Ghisallo patrona dei ciclisti. Il riconoscimento giunse il 13 ottobre 1949 con un Breve pontificio di Pio XII: la Beata Vergine Maria del Ghisallo divenne «Principale Patrona dei Ciclisti Italiani» (poi il titolo fu esteso ai ciclisti di tutto il mondo). L’anno prima a Castel Gandolfo il Papa aveva benedetto e acceso una grande fiaccola di bronzo, portata poi dai campioni di allora – tra cui Fausto Coppi, Gino Bartali e Fiorenzo Magni – all’interno del Santuario, dove tuttora riposa don Viganò, che fu il primo Rettore.

Nei decenni le pareti della chiesetta si sono riempite di cimeli votivi (biciclette, maglie, gagliardetti, coppe, medaglie) di campioni, società e federazioni, oltre alle effigi di ciclisti e dirigenti defunti o periti tragicamente. Il Santuario rappresenta un richiamo religioso per chi vi sosta per pregare la Madonna e portare il suo omaggio (la bicicletta, la maglia, il trofeo…) in segno di ringraziamento. Intorno all’edificio sono stati collocati il Monumento al Ciclista e cippi o lapidi a diversi personaggi (Fausto Coppi, Gino Bartali, Alfredo Binda, Vincenzo Torriani, lo stesso don Viganò e il suo successore don Luigi Farina).

A fare da catalizzatore di innumerevoli cimeli da conservare ed esporre, nel 2006 sull’altro lato del piazzale è stato inaugurato il Museo internazionale del ciclismo. Una struttura fortemente voluta da Fiorenzo Magni (un busto lo ricorda all’ingresso) non solo come luogo di memoria, ma come “casa viva” di tutti i corridori, dal primo campione all’ultimo amatore. Un obiettivo raggiunto, come attestano i 10 mila visitatori giunti nel 2018, con una significativa percentuale di stranieri, provenienti perfino dall’Alaska e dalla Corea.

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