È uno dei modi con cui la Chiesa si fa carico di sostenere il cammino di conversione necessario per riparare «l’impronta negativa» del peccato che rimane anche dopo il perdono di Dio

di don Pierpaolo CASPANI
Docente presso il Seminario di Milano

indulgenza plenaria

Venerdì 27 marzo, sul sagrato di San Pietro, il Papa presiederà un momento di preghiera, al termine del quale impartirà la benedizione Urbi et Orbi, cui sarà annessa l’Indulgenza plenaria secondo le condizioni previste dal recente decreto della Penitenzieria Apostolica (19 marzo 2020). Il decreto concede l’Indulgenza ai malati di Coronavirus, nonché agli operatori sanitari, ai familiari e a tutti coloro che a qualunque titolo – anche con la preghiera – si prendono cura di essi. Se le modalità per riceverla sono indicate nel decreto, può essere opportuno qualche chiarimento sul senso di questa pratica.

Con un linguaggio per addetti ai lavori, il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che «le indulgenze sono la remissione davanti a Dio della pena temporale meritata per i peccati, già perdonati quanto alla colpa, che il fedele, a determinate condizioni, acquista, per se stesso o per i defunti mediante il ministero della Chiesa, la quale, come dispensatrice della redenzione, distribuisce il tesoro dei meriti di Cristo e dei Santi». Dunque, anche dopo che la colpa dei peccati è stata perdonata mediante l’assoluzione, resta da rimettere la «pena temporale».

Sentendo un’espressione del genere – «pena temporale» – uno pensa subito a un castigo che Dio ha inflitto al peccatore per punirlo del male commesso. In realtà, la pena temporale è «l’impronta negativa che i peccati hanno lasciato nei nostri comportamenti e nei nostri pensieri» (Francesco, Misericordiae vultus, n. 22). «L’impronta negativa», cioè il disordine, le contraddizioni, il dissesto che i comportamenti peccaminosi lasciano in noi: abitudini cattive, disordine degli affetti, debolezza della volontà, inclinazione a ricadere nel peccato… «Impronta negativa» in noi e attorno a noi: pensiamo ai disastri che certi comportamenti sbagliati (prepotenza, violenza, chiusure egoistiche, dipendenze…) provocano là dove vive chi di tali comportamenti si rende responsabile. «Impronte negative» che spesso si aggrovigliano, creando situazioni negative intricate e pesanti.

Evidentemente, anche dopo che il peccatore pentito ha ricevuto il perdono di Dio, l’«impronta negativa» rimane e, per quanto possibile, va «riparata» grazie a un cammino di conversione. La necessità di un percorso penitenziale anche dopo aver ricevuto l’assoluzione non implica la svalutazione del perdono di Dio, che è gratuito, totale e senza riserve nel momento in cui il peccatore è riconciliato con Dio e con la Chiesa. Il perdono di Dio, però, incontra la situazione concreta del peccatore, con «l’impronta negativa» che il peccato ha lasciato in lui e attorno a lui; e, a fronte di questa situazione, il perdono innesca e rende possibile il necessario cammino di conversione grazie al quale il peccatore può ricostruirsi come uno che vive nell’amore.

Oltre che in gesti di preghiera, elemosina e digiuno, il percorso penitenziale può esprimersi nella paziente sopportazione delle prove della vita. Rimanere nelle prove senza lasciarsi schiacciare dalla disperazione; rimanere nelle prove, restando aggrappati a quel Dio che non ci manda i mali, ma che dal male vuole liberarci; rimanere nelle prove, affidandoci al mistero di Dio per trovare in questa «resa» le risorse per «resistere»…: tutto questo configura un autentico cammino di conversione all’amore.

Senza immaginare alcun rapporto diretto tra peccato e malattia (rapporto che Gesù ha decisamente smentito con la risposta data ai discepoli che gli chiedevano a quale peccato si dovesse imputare l’infermità del cieco nato), l’attuale situazione determinata dal Coronavirus può diventare occasione per un cammino di conversione che ciascuno di noi è invitato a intraprendere. Questo cammino va al di là delle possibilità di chi lo percorre.

L’Indulgenza è uno dei modi attraverso cui la Chiesa si fa carico di sostenere la nostra debolezza, affinché ci sia dato di realizzare una conversione profonda ed efficace, eliminando anche «l’impronta negativa» che i peccati – nostri o altrui – hanno lasciato nel mondo. «L’indulgenza non sostituisce il difficile lavorio dell’amore […]; essa è piuttosto l’aiuto della Chiesa volto a favorire l’opera sempre difficile dell’amore» (Karl Rahner).

Questo aiuto la Chiesa lo offre attingendo al «tesoro dei meriti di Cristo e dei Santi»: il misterioso legame di comunione che, in Cristo e per mezzo di Cristo, ci unisce alla vita di tutti gli altri cristiani nell’unità della Chiesa. «Si instaura così tra i fedeli un meraviglioso scambio di beni spirituali, in forza del quale la santità dell’uno giova agli altri ben al di là del danno che il peccato dell’uno ha potuto causare agli altri. Esistono persone che lasciano dietro di sé come un sovrappiù di amore, di sofferenza sopportata, di purezza e di verità, che coinvolge e sostiene gli altri» (Giovanni Paolo II, Incarnationis mysterium, n. 10).

Quando si parla di «tesoro della Chiesa», ci si riferisce proprio a questa comunione d’amore nella quale siamo introdotti grazie alla preghiera per ottenere l’indulgenza. In questa comunione i malati a causa del virus, coloro che li curano e quanti pregano per loro possono attingere la certezza di non essere soli in quella lotta contro il male che, insieme a tante sofferenze, rivela come molti stiano orientando all’amore cuore, mente e mani. E soli non sono neppure coloro che muoiono isolati da tutti, senza poter ricevere i sacramenti. Estendendo anche ad essi l’Indulgenza plenaria, il decreto della Penitenzieria ci assicura che la comunione dei santi in Cristo abbraccia anche loro.

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