La pandemia ha dato il via a trasformazioni urbanistiche e sociali oggi non più rimandabili. Se ne parlerà il 15 gennaio nella quarta sessione del percorso diocesano di formazione sociopolitica

di Walter Magnoni
Responsabile del Servizio diocesano per la Pastorale sociale e del lavoro

urbanistica

«Il 2020 è stato l’anno del test planetario. Con la pandemia le città di tutto il mondo hanno cominciato, per necessità e non per virtù, a rimettere mano alle strade, alle piazze, agli spazi pubblici. […] La necessità di contenere i contagi ha ricollocato in strada molte attività che prima si svolgevano solo negli interni. La pandemia ha, in un certo senso, tolto l’ultimo velo di ipocrisia sulle nostre vite metropolitane: sono improvvisamente considerate meno abitabili quelle città dove predominano le automobili sullo spazio dei pedoni e dei ciclisti, dove siamo soffocati dall’inquinamento concentrato dovuto al traffico e al consumo di suolo, dove tempi, consuetudini e comportamenti sono organizzati intorno a picchi orari incompatibili con la varietà degli stili di vita».

Nel titolo un programma

Così Elena Granata, nel suo ultimo libro Placemaker, riflette sui cambiamenti in atto nelle nostre città. È un tema caro a una delle urbaniste più acute del nostro tempo; pensieri maturati negli anni e già presenti nel fortunato testo Biodivercity, il cui sottotitolo era un programma per l’oggi: «Città aperte, creative e sostenibili che cambiano il mondo». Biodivercity uscì poco prima del Covid ma introduceva intuizioni e prassi che la pandemia ha poi accelerato.

La politica, anche nell’etimologia della parola stessa, è un “fare” le città; un costruire gli spazi urbani del futuro. Per realizzare città sostenibili e belle è necessario proporre una visione e questo sarà il compito di Elena Granata al prossimo appuntamento della scuola di formazione sociopolitica.

Un percorso cittadino

L’attesa dei partecipanti è quella di avere spunti e suggerimenti su come abitare la terra senza calpestarla. Sentiamo tutti la necessità di spazi e luoghi che creino comunità e superino le paure del nostro tempo. La pandemia ha accentuato la diffidenza verso chi non conosciamo. Ma come fare? Da quale sguardo partire?

Oltre a Elena Granata, saranno presenti il sindaco di Lecco e di Erba: due città che stanno ripensandosi. Inoltre, questo appuntamento diocesano vorrebbe dare avvio a “Laboratorio Lecco”, ovvero un percorso cittadino il cui obiettivo è quello di costruire spazi di dialogo tra cattolici e non nel comune desiderio di rendere sempre più abitabili i nostri territori.

La denuncia di Calvino

All’inizio degli anni Settanta, Italo Calvino pubblicava Le città invisibili e già denunciava per esempio il problema dei rifiuti urbani. «Più Leonia espelle roba più ne accumula […] Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto di spazzatura». Ma questo è solo uno dei problemi dei nostri borghi. Certo, non una questione di poco conto, insieme all’inquinamento, al consumo di suolo e alla fatica di muoversi in sicurezza. Ma di fondo resta anche la domanda su come favorire gli incontri tra le persone, i momenti ludici dei ragazzi e dove poter pregare e avere spazi per la cultura, l’arte e la ricerca del bello. Città che coniughino etica ed estetica e che soprattutto siano attente ai più fragili e non scartino nessuno, ma accolgano chi è solo e anziano. Tutto questo è solo utopia oppure è possibile immaginare paesi dove vivere bene senza che il male prevalga? Nell’inverno demografico che stiamo attraversando, mi piace sognare città a misura di bimbi dove le varie generazioni possono convivere in armonia.

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