In Duomo l’Arcivescovo ha presieduto l’Eucaristia in ricordo di monsignor Luigi Giussani, scomparso 14 anni fa, nel 37° anniversario del riconoscimento della Fraternità di Comunione e Liberazione. Tra i concelebranti anche il presidente della Fraternità, don Julian Carrón

di Annamaria Braccini

Messa don Giussani

La nostalgia capace di diventare riconoscenza, la militanza che si fa donazione se si abita nell’amore di Dio, il “paese” comune che tutto trasfigura, cambiando persino il nome delle cose e dei modi di vivere. In un Duomo in cui si affollano migliaia di fedeli – mentre all’esterno ancora tanti, pazientemente, attendono di entrare – si ricorda il 14° anniversario della scomparsa del servo di Dio monsignor Luigi Giussani (avvenuta il 22 febbraio 2005) e il 37° del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione.

L’Eucaristia, presieduta dall’Arcivescovo e concelebrata da decine di presbiteri, tra cui il presidente della Fraternità don Julian Carrón, il vescovo ausiliare monsignor Paolo Martinelli, il vicario episcopale per la Zona pastorale V monsignor Luciano Angaroni e l’assistente ecclesiastico diocesano don Mario Garavaglia, vede anche la presenza dei fratelli del Servo di Dio, Livia e Gaetano, e del vicepresidente della Fraternità Davide Prosperi.

Dai due luoghi simbolici, chiamati appunto «Nostalgia» e «Militanza», si avvia l’omelia. «Ci sono alcuni che abitano in un paese chiamato Nostalgia e dicono: “Mi ricordo com’era bello quando ero più giovane, quando eravamo entusiasti e tutti presi dalle parole e dal carisma di don Giussani, affascinati dalla sua genialità educativa, contagiati dall’impeto missionario che ha caratterizzato la sua vita. Ricordo le assemblee che le sale non riuscivano a contenere, le feste che ci radunavano e l’audacia delle imprese culturali, sociali, politiche, come se nulla potesse fermarci. Non ho mai trovato un altro paese come quello di quegli anni e continuo e tornare spesso ad abitare là”». “Nostalgici” a cui rispondono quelli che, invece, abitano nel paese chiamato «Militanza» e per i quali «le sfide inquietano e impegnano, testardi e fieri di quello che si ha da dire e di quello che è giusto fare». Sono coloro che combattono «contro le idee strampalate che vogliono snaturare l’umanità dell’uomo, nel paese dove bisogna saper distinguere amici e nemici e non c’è spazio per troppe distinzioni; che lottano per tener vivo il carisma che ha favorito la nascita e lo sviluppo di presenze e opere che fossero reale avvenimento di evangelizzazione e di educazione alla gratuità».

Tra gli uni e gli altri, tuttavia, vi è l’esempio di San Paolo che abita in Cristo, come si legge nell’Inno della Lettera agli Efesini. «Ecco dove siamo chiamati ad abitare – sottolinea l’Arcivescovo -: nel paese dell’Amore di Dio, dove l’amicizia con Gesù illumina ogni giorno, dove il dialogo risponde a ogni domanda con le sue confidenze, dove il Signore ascolta tutte le nostre parole e consola tutte le nostre lacrime. Il paese dove ogni sera si innalza il Canto del Magnificat intonato da Maria, e nel quale è facile entrare, perché Gesù è la via, è la porta che ci conduce e ci raccoglie».

Così tutto cambia: anche il paese del rimpianto, Nostalgia, che «si chiamerà Riconoscenza, perché il passato diventa un cantico per dire grazie dei doni ricevuti»; anche Militanza «che non sarà più il paese della vita sforzata e del volontarismo combattivo, ma il paese detto “Donazione”». Infatti, «in tutte le condizioni, in tutte le relazioni, in tutte le tribolazioni, chi si lascia guidare dallo Spirito troverà l’occasione per la donazione, l’offerta gratuita di una testimonianza che edifichi l’unica Chiesa di Dio, popolo in cammino verso il compimento. A “Donazione” ci si rallegra nella testimonianza discreta e nell’esporsi coraggioso di chi non ha nemici da combattere, ma fratelli e sorelle con cui vuole condividere ciò che ha dato alla sua vita la direzione persuasiva e il significato illuminante, conducendo all’unico Signore. Mettiamoci in cammino: siamo chiamati ad abitare nel paese dell’Amore di Dio e, passando per molti deserti, semineremo benedizioni, mentre cresce lungo il cammino il nostro vigore».

Alla fine è don Carrón a dare voce al ringraziamento di tutta l’Assemblea: «Siamo sempre più grati a don Giussani per aver testimoniato e insegnato a ciascuno di noi che il Cristianesimo è una presenza, quella di Cristo, e per averci spronato costantemente a vivere con passione e fiducia le circostanze della vita. Per questo avvertiamo l’urgenza di assecondare il suo paterno richiamo a essere pietre vive nelle mani di Cristo, nella continua edificazione del suo popolo che vive in questa Chiesa ambrosiana, sapendo cogliere con umiltà e intelligenza le urgenze sempre nuove che una realtà così complessa, e a volte confusa, ci pone. Ci sappia suoi figli, sempre pronti a essere corretti e a seguirla nel cammino tracciato dal nostro caro papa Francesco per essere una Chiesa in uscita, appassionati del comunicare a tutti i fratelli, specie i più piccoli, i giovani e i bisognosi, la gioia del Vangelo, risposta sicura alla tentazione del nulla che divora l’umana speranza».

Di gratitudine «per la vostra presenza in Duomo e per il dono di don Giussani», parla anche il Vescovo prima della benedizione finale, rivolgendosi direttamente ai fedeli ed esprimendo la propria «ammirazione per il bene che seminate e il contributo che date per rendere viva, bella, luminosa la Chiesa. Desidero che vi sentiate sempre accompagnati dalla mia benedizione e dall’incoraggiamento a essere popolo in cammino nei luoghi e nei giorni che viviamo».

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