Nella IV Domenica di Quaresima il cardinale Scola medita sulla lettera di Paolo e sul brano evangelico del cieco nato: «L’incontro con Gesù gli ha fatto comprendere il valore dell’esistenza»

del cardinale Angelo SCOLA
Arcivescovo di Milano

cieco nato

«Questa è infatti la volontà di Dio, la vostra santificazione». Risuonano strane, quasi una forzatura, alle nostre orecchie queste parole di Paolo ai cristiani di Tessalonica. Come se Dio mettesse sulle nostre spalle un fardello impossibile da portare. Come se parlare della “nostra santificazione” fosse, più che altro, metterci di fronte alla nostra impotenza radicale. Infatti, chi di noi può dire davanti a questa impresa: «Ci penso io!»?

Eppure, la Chiesa oggi ci fa ascoltare di nuovo queste parole. Caparbiamente ci ricorda ciò che Dio vuole per noi. Queste parole, infatti, dicono il Suo disegno di salvezza. Egli desidera il bene per noi, il nostro compimento. La santità è l’espressione con cui la Bibbia e la tradizione della Chiesa ci parlano dell’uomo riuscito. La volontà di Dio è che ciascuno di noi sia un uomo, una donna compiuti. Compiuti nella nostra capacità di amare – «avete imparato da Dio ad amarvi gli uni agli altri» -, nella convivenza sociale – facendo «tutto il possibile per vivere in pace» -, nel lavoro quotidiano, ritmato dal riposo – «occupatevi delle vostre cose e lavorate con le vostre mani». Sembrano solo consigli di buon senso, e invece sono la descrizione dell’esistenza di donne e uomini che camminano spediti in forza della grazia dell’incontro con Gesù. Perché il nostro è un Dio che ha voluto parlare con l’uomo «faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico». È la cosa più inaspettata che potesse accadere nella vita degli uomini.

E da quel giorno tutto è abbracciato da questa amicizia, tutto è rinato e può rinascere quotidianamente da questa amicizia. Come successe al cieco nato. Un poveretto – fino al giorno prima chiedeva l’elemosina – che per giunta non trova sostegno nemmeno nei propri genitori – impauriti dinanzi ai farisei – e che, tuttavia, non cede alle pressioni dei potenti.

L’incontro con Gesù gli ha ridato la vista e non solo quella degli occhi! Gli ha permesso di comprendere dove sta il valore dell’esistenza: in una Persona che gratuitamente ti viene incontro e ti fa intuire la portata infinita della tua dignità. Tutti noi, come il cieco nato, quando ci rendiamo conto di chi sia Gesù, non vogliamo più lasciarLo. Lo tradiamo magari mille volte al giorno, eppure non Lo lasciamo. Possiamo fare nostre le parole del poeta Eliot: «Bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre, interessati e ottusi come sempre lo furono prima (…) Spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, attardandosi, tornando, eppure mai seguendo un’altra via».

Seguiamo la via segnata dalla Chiesa nostra Madre. Andare al profondo di noi stessi (penitenza) con la preghiera – soprattutto con l’Eucaristia, la Riconciliazione e la pratica della Via Crucis -; con l’astinenza e il digiuno – fare spazio a un benefico distacco dall’attaccamento a persone e beni in vista di imparare ad amare -; con la pratica della carità fino all’elemosina per lasciarci toccare, come Cristo abbandonato, fin nella carne. È questo l’invito della Quaresima. A ben pensarci è una provocazione semplice ma radicale: vivere eroicamente il quotidiano. La santità non è altro che questo.

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