Un’indagine ha rilevato 134 insediamenti spontanei in città e nell’hinterland, con 2700 persone che vivono in grande precarietà. Gualzetti: «L’invisibilità è una loro strategia di sopravvivenza: noi abbiamo voluto accendere una luce perché si trovino delle soluzioni»

Foto Elena Gagliardi
Foto Elena Gagliardi

«Sui rom, Milano ha finalmente abbandonato la retorica dell’emergenza. Proprio gli interventi più seri del terzo settore realizzati in città dimostrano che l’integrazione è possibile. Servono progetti mirati, continuativi e incentrati sulla dignità delle persone».  Questo l’appello di Caritas Ambrosiana alla luce dei dati raccolti dall’unità mobile dell’Osservatorio Rom presentati nel corso del convegno «In-visibili, la presenza rom e gli insediamenti spontanei»

Il lavoro di indagine, compiuto lungo tre anni da un’equipe di 5 operatori con uscite periodiche settimanali, ha permesso di recensire a Milano e nei territori più prossimi alla città 134 insediamenti spontanei, con una popolazione complessiva di circa 2.700 persone di etnia rom per la il 71% di cittadinanza rumena, 10% italiana, 9% bosniaca. Abitati da gruppi anche inferiori a 15 individui e comunque mai superiori ai 30, appartenenti tutti alla stessa famiglia o a famiglie legate da rapporti di amicizia, questi insediamenti hanno la caratteristica di mimetizzarsi nell’ambiente urbano. Presenti tutti in aree periferiche, si trovano in più della metà dei casi in luoghi nascosti e marginali e pericolosi per chi vi abita: in prossimità di ferrovie (22%), autostrade (24%), fiumi e canali (11%), aree abbandonate nei quartieri (17%), campi agricoli (21%). Inoltre sono caratterizzati da soluzioni abitative estremamente precarie: tende e baracchine. Nel 44% il livello di degrado è alto. Nel 56% dei casi le aree di insediamento espongono i rom a situazioni rischiose o insalubri.

Secondo Caritas Ambrosiana la polverizzazione e la precarizzazione degli insediamenti informali non sono il risultato di una scelta elettiva da parte dei rom o l’espressione di una loro modalità di vita, ma rappresentano una strategia di “sopravvivenza” messa in atto dagli stessi rom. Potendo essere allestiti in zone meno visibili e più difficilmente raggiungibili, proprio in virtù delle loro modeste dimensioni, questi insediamenti suscitano meno allarme sociale e quindi sono più raramente soggetti all’intervento della forza pubblica. Non è un caso che circa il 50% degli insediamenti più piccoli (con meno di 15 persone) non è mai stato sgomberato nel periodo preso in esame (2015/2017). Le soluzioni abitative sempre più precarie sono anche una forma di adattamento al ribasso a una condizione migratoria più fragile.

Al pari dei loro connazionali rumeni, anche i rom negli ultimi anni stanno sperimentando quello che gli studiosi definiscono un modello migratorio “transnazionale”, caratterizzato da un forte pendolarismo, tra il paese di origine e quello di approdo.  Gli operatori dell’unità mobile hanno potuto constatare che è molto frequente il caso di famiglie divise: i bambini vengono lasciati ai nonni in Romania, mentre i genitori si muovono da un Paese all’altro. Secondo la Caritas Ambrosiana proprio questa condizione di estrema precarietà abitativa e sociale è stata superata quando alle famiglie sono state offerte delle concrete opportunità. L’integrazione è quindi possibile ed è desiderata dagli stessi rom.

Da qui la proposta. I rom non sono marziani: vanno trattati alla stregua di qualsiasi altro migrante e quindi inseriti nelle politiche abitative comuni previste per i soggetti più deboli a prescindere dalla loro nazionalità, appartenenza etica, credo religioso in conformità con il dettato costituzionale. Essendo soggetti particolarmente svantaggiati vanno sostenuti con interventi sociali continuativi nel tempo, valorizzando le esperienze migliori, messe in campo da diverse realtà del terzo settore e che stanno facendo di Milano un esempio.

«Abbiamo acceso una luce su queste situazioni molto deprivate perché il solo modo per provare a trovare delle soluzioni è uscire dall’invisibilità partendo dall’incontro – ha sottolineato il direttore di Caritas Ambrosiana Luciano Gualzetti -. Nessuno ha la pretesa di dare lezioni, ma vogliamo esercitare il nostro compito di coscienza critica perché pensiamo che non sia giusto che delle persone vivano in questo modo. Proprio i migliori progetti realizzati a Milano mostrano che l’accompagnamento sociale favorisce l’integrazione e il rispetto della legalità. Da parte nostra noi operiamo in questo senso».

«Queste perone si trovano ai limiti della città in zone nascoste e anche insalubri: lungo gli argini dei fiumi a pericolo di esondazione, in arese dismesse contaminate con l’amianto, nei pressi delle discariche, costretti a convivere con i topi – ha sottolineato suor Claudia Biondi responsabile dell’area Rom di Caritas Ambrosiana –. Le condizioni di vita sono molto al limite. Non c’è acqua non c’è elettricità, ci sono topi. E’ una realtà drammatica che sono costretti a vivere anche i minori che, benché non siano molto numerosi, per la stragrande maggioranza dei casi sono isolati dal contesto sociale e hanno una frequenza scolastica, dopo le elementari, molto bassa. Gli adulti maschi trovano possibilità di impiego nell’economia informale: commercianti di ferro, traportatori, venditori di abbigliamento. Le donne fanno l’elemosina. Naturalmente in questo contesto di grande deprivazione c’è anche chi si dedica a piccole attività criminali. Per tutti inizialmente l’obiettivo è guadagnare abbastanza per potere tornare a vivere meglio in Romania. Ma con il tempo il progetto migratorio cambia, quando se ne hanno le opportunità, si decide di rimanere in Italia. Questo ci dice che i rom vanno trattati alla tregua di tutti gli altri migranti».

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