Incontro in Sinagoga con Rav Sciunnach e monsignor Borgonovo, promosso dal Consiglio delle Chiese cristiane in occasione della Giornata per il dialogo tra ebrei e cattolici

di Annamaria BRACCINI

Cantico dei Cantici

Il Cantico dei Cantici, che ha ispirato maestri antichi, rabbini, biblisti, filosofi cristiani, poeti e artisti attraverso i secoli. Il Cantico più alto, il “Libro di fuoco”, Santo dei Santi che, pure, racconta di un amore tutto umano, ma che proprio per questo è capace di parlare un linguaggio universale, raggiungendo la forma simbolica del legame indissolubile tra Dio e il suo popolo, Israele, tra il Signore e la sua Chiesa. A questo affascinante testo e alla sua complessità è stato dedicato l’incontro presso la Sinagoga maggiore di Milano, promosso dal Consiglio delle Chiese cristiane di Milano, in occasione della XXXI Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei.

Introdotto da don Lorenzo Maggioni, vicepresidente del Cccm e collaboratore del Servizio per l’Ecumenismo e il Dialogo anche in riferimento all’ambito dei rapporti con l’Ebraismo, il dialogo a due voci tra il rabbino David Sciunnach e l’arciprete del Duomo, monsignor Gianantonio Borgonovo, ha affrontato «la difficile ricezione del “Cantico”, il canto più sublime che ha a che fare con l’ambiguità dell’eros», per usare le parole di Maggioni, che ha definito ebrei e cristiani «un’alterità irriducibile che non può essere estraneità: distinti, ma mai distanti».

Un amore infinito

Nel ricordo di rav Laras, dei cardinali Martini e Tettamanzi e del pastore valdese Gioachino Pistone, «che negli anni hanno investito tante forze, energie e tempo perché questi incontri potessero dare linfa a Milano», rav Sciunnach – rabbino capo di Parma e Ancona e assistente del rabbino capo di Milano, rav Alfonso Arbib, di cui porta il saluto – ha sottolineato subito la ricchezza del Cantico, «testo considerato il Shir Ha-Shirim, il Sancta Sanctorum pronunciato da Salomone quando l’Arca venne posta nel Tempio. Il primo tra le 5 Meghillot, i Rotoli letti per alcune feste di particolare importanza: in specifico, per questo antico Libro inserito nella terza parte della Bibbia ebraica, alla vigilia dello Shabbat e durante la Pasqua». Canto fondamentale per rabbi Akivà, una delle figure rabbiniche più importanti di tutti i tempi, vissuto tra il I e il II secolo, che usa appunto l’espressione Sancta Sanctorum nel Talmud.

«Il linguaggio allegorico è ambiguo, ma quale linguaggio migliore della passione che lega due amanti può spiegare l’amore infinito, che nasce da dentro e non si può comandare, tra Dio e il suo popolo? – osserva ancora Sciunnach -. Nel Cantico dei Cantici vi è un doppio movimento, nel rapporto tra Dio e Israele, con una simbologia universale, come, per esempio, il bacio e il legame d’amore, la sofferenza – che può essere letta come le tribolazioni del popolo eletto – e l’attesa dell’amato, attesa messianica».

Fondamento di armonia

Canto, dunque attualissimo, che delinea anche la dinamica dei legami affettivi di sempre, intrigante e potente, a cui dedica un’analisi appassionata monsignor Borgonovo: «Bisogna avere il coraggio di lasciare da parte l’allegoresi, con cui è stato interpretato spesso il Cantico, per entrare nel profondo del simbolo. Sia la tradizione ebraica, sia quella cristiana hanno preservato il simbolo, mentre l’allegoria impoverisce. Il simbolo intende dire che la mia intelligenza e il mio amore possono diventare espressione anche di un altro livello di realtà, che io stesso apparentemente non percepisco, vedendo il messaggio profondo dell’amore divino e umano. Dire simbolicamente il Cantico vuole dire leggerlo a livello umano».

Nella illustrazione del testo come una sorta di libretto di un’opera lirica -, in due atti di sei scene ciascuno, con una conclusione – e mettendo in guardia dallo “spezzettarne” le frasi (come talvolta accade nella liturgia), l’Arciprete ha definito il senso «di un amore non generico, ma monogamico», in chiaro riferimento all’amore di Dio, Cantus firmus, che è a fondamento di un’armonia, rispetto al quale le altre voci della vita risultano un contrappunto. Così è l’amore terreno che ha una sua piena autonomia, ma è legato ad altro».

Come scrisse il teologo Dietrich Bonhoeffer, «uno di questi temi contrappuntistici è l’amore terreno. È veramente un bene che il Cantico faccia parte della Bibbia, come contrasto per tutti coloro per i quali lo specifico cristiano consisterebbe nella moderazione delle passioni. Dove il Cantus firmus è chiaro e distinto, il contrappunto può dispiegarsi con il massimo vigore. L’uno e l’altro sono divisi eppure indistinti, come lo sono, in Cristo, la natura divina e la natura umana». Da qui la conclusione: «La grandezza del Cantico è poter dire che l’amore umano è la rivelazione di Dio».

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