Il nuovo presidente diocesano: «La Parola non può stare rinchiusa in sacrestia: deve camminare nelle nostre città. Anche in questi tempi difficili, senza chiuderci in noi stessi e tagliare fuori gli altri»

di Paolo INZAGHI

Gianni Borsa
Gianni Borsa

«L’Ac ambrosiana è una casa, con le porte e le finestre spalancate, nella quale ci si sente parte della Chiesa milanese e universale. L’Ac vuole essere una famiglia generosa nel servizio alle parrocchie, impegnata nella formazione di cristiani laici moderni, corresponsabili nell’opera di evangelizzazione». Risponde così Gianni Borsa, il nuovo presidente dell’Azione cattolica ambrosiana, quando gli si chiede di descrivere l’associazione che sta guidando da poche settimane. Legnanese, 56 anni, giornalista dell’Agenzia Sir per la quale si occupa di politiche comunitarie a Bruxelles, Borsa è convinto che il compito dell’Ac sia quello di «aiutare a camminare insieme, ad aprire occhi e cuore all’epoca in cui viviamo, portando nella quotidianità – in famiglia, al lavoro, a scuola, nella politica, nel dibattito culturale – parole e fatti ispirati al Vangelo».

Su cosa punterà l’Ac nel triennio appena iniziato?
Sarà il Consiglio diocesano dell’associazione nelle prossime settimane ad analizzare compiutamente il non facile contesto ecclesiale e sociale nel quale ci troviamo, per poi indicare le linee guida per il futuro prossimo. Questo anche alla luce del Documento assembleare, piuttosto ricco e articolato, e del “mandato” che abbiamo ricevuto dall’arcivescovo Delpini in Duomo lo scorso 20 settembre.

L’Arcivescovo, appunto nella Messa a conclusione dell’Assemblea diocesana elettiva, ha chiesto all’Ac di essere testimone di «normalità di preghiera, visione cristiana della vita e speranza» in tempi che normali proprio non sono. C’è il rischio di congelare le nostre vite – e quella dell’associazione, della comunità cristiana e civile – e aspettare che tutto torni come prima?
La vita non si ferma. Non si può fermare. Né quella delle persone, né quella delle città o delle imprese, neppure quella della comunità cristiana. Siamo chiamati a essere testimoni della fede in qualunque situazione, facendola diventare, come direbbe lo stesso Arcivescovo, una occasione. Si riscontra semmai l’esigenza, anche per la Chiesa, di cambiare qualcosa, di adattare modalità, linguaggi, comportamenti al tempo nuovo. Dev’essere dunque “normale” vivere, lavorare, gioire, sperare, farsi prossimi, nel contesto attuale, con la prudenza necessaria richiesta in tempi di coronavirus, ma senza rinchiuderci in casa, soprattutto senza chiuderci in noi stessi, tagliando fuori gli altri, e l’Altro, dalla nostra quotidianità.

L’Ac è un’associazione di laici, persone impegnate nelle professioni, nella scuola, nella famiglia… Ma molti soci di Ac sono anche la spina dorsale delle parrocchie dove sono catechisti, operatori della carità, animatori liturgici, membri dei Consigli pastorali… Come si tengono insieme tutte queste cose?
Con il senso di responsabilità verso la propria vita di laici, a partire da famiglia e lavoro, e verso la missione della Chiesa. Il Vangelo non può stare rinchiuso in sacrestia: deve camminare, con noi, nelle strade delle nostre città. Aggiungo, come si dice qualche volta, che «chi fa 30 fa anche 31»: ovvero la spinta a essere soggetti attivi nella realtà sociale, economica e politica spesso corrisponde al rimboccarsi le mani per l’Ac e per la comunità cristiana nella quale si è inseriti. È lo stile che vedo in tante persone: formate, sorridenti, critiche al punto giusto e capaci di mettersi in gioco.

Lei è marito, padre di quattro figli, giornalista che per professione deve spesso viaggiare. Come pensa di conciliare l’impegno di presidente diocesano dell’Ac con la sua vita familiare e professionale?
Qualche salto mortale l’ho messo in conto. In effetti le giornate cominciano presto e… in genere finiscono tardi. Ma conto sul pieno sostegno di mia moglie, sulla pazienza dei figli, sull’aiuto di tanti amici. In Ac non si è mai soli.

Cosa ha significato nella sua vita l’appartenenza all’Azione cattolica?
L’Ac è una parte della mia vita. Un’appartenenza arricchente, non esclusiva, certamente formativa, che mi ha fatto incontrare persone fantastiche: educatori, responsabili, preti, religiose di grandissimo spessore. Insomma, l’Ac mi ha portato tanti doni. Per questo vorrei provare, pur nella consapevolezza dei miei limiti, a dare una mano in associazione: finora lo avevo fatto con altri ruoli, ora – con qualche capello grigio e qualche pensiero in più – in quello di presidente diocesano. E poi – diciamolo – in Ac si sta bene e spesso ci si diverte: questo è un grande valore aggiunto. Provare per credere!

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