«Gratitudine per una rendicontazione illuminante e incoraggiante delle molteplici attività della Diocesi». Concludendo la presentazione, svoltasi nella Sala convegni della Curia, del “Bilancio di Missione dell’Arcidiocesi di Milano 2024-2025”, giunto alla sua IV edizione, l’Arcivescovo esprime così il suo plauso per quello che definisce «non solo un bilancio – ricco di tanti dati e approfondimenti -, ma un vero e proprio strumento educativo. Questo significa che l’ambizione è di fare evolvere l’atteggiamento di chi si accosta alla comunità cristiana dall’esserne un utente a divenirne corresponsabile».
Vorremmo dimostrare, ha aggiunto il vescovo Mario Delpini, «che i soldi vengono usati bene, che le finalità sono perseguite con senso di responsabilità e dire che la stima che la Chiesa acquisisce per il servizio che rende merita di farsi carico di contribuirvi. In questo senso, è incoraggiante che, con il diminuire della frequenza alla celebrazione domenicale, le offerte non diminuiscano. La comunità è composta da tutti noi: non c’è un erogatore di servizi e un fruitore; esiste una comunità in cui è necessaria la condivisione dei beni».
«Quello che pubblichiamo è un bilancio di missione che vuole chiedersi se abbiamo centrato l’obiettivo, appunto, della missione. Non è un bilancio sociale», ha, da parte sua, sottolineato monsignor Bruno Marinoni, vicario episcopale per gli Affari economici, che ha aggiunto: «Alcuni aspetti sono determinanti nel “Bilancio”: il primo è il riconoscimento del bene che la Diocesi fa, i suoi mille rivoli di carità e attenzione per il sociale. Abbiamo tanti competitor in questi campi, ma la Chiesa “della porta accanto”, delle persone che hanno un volto e fanno tante cose, tiene. Questo ci fa ben sperare perché significa che la Chiesa ha un impatto come servizio non solo sulla comunità ecclesiale, ma anche sulla comunità civile».
Secondo aspetto, per monsignor Marinoni, la comunione che il “Bilancio” mette in luce, «perché la maggioranza delle persone che si impegnano, o meglio, che partecipano alla missione, non offrono solo un po’ del loro tempo, ma si sentono parte della missione della Chiesa: in altri termini, si potrebbe dire che avvertono il senso della corresponsabilità e della sinodalità, come si vede nella parte descrittiva del testo».
Inoltre, «è vero che c’è una diminuzione dei contributi in senso globale, ma anche che aumenta l’ordinarietà e questo dice che la credibilità della Chiesa si incrementa. Abbiamo fatto e centrato gli obiettivi».
Dopo l’illustrazione dei dati da parte dell’economo della Diocesi, Antonio Antidormi, don Massimo Pavanello, responsabile del Servizio per la Pastorale del Turismo e dei Pellegrinaggi e membro del Consiglio di Amministrazione dell’agenzia “Duomo Viaggi e Turismo” – a cui è dedicato il focus della IV edizione -, ha avviato il suo intervento da due domande. «Perché una Diocesi deve avere un’agenzia di viaggi e perché si deve occupare di turismo un Servizio della Curia specificamente dedicato?».

Chiara la risposta: «Sullo sfondo c’è l’evangelizzazione attraverso il turismo e per il turismo che dice la vicinanza della Chiesa anche in questi ambiti così come alle persone che vi lavorano. La prima dimensione è quella pastorale e del territorio, perché l’evangelizzazione non può essere lasciata al caso. Interessarsi del turismo significa anche conservare un territorio e valorizzarlo. E, poi, c’è il valore del pellegrinaggio, che è specifico, perché il pellegrino ha una méta che non è il santuario che magari raggiunge, ma la conversione. Un ufficio di Curia lavora per questo e perché la differenza tra turista e pellegrino sia sempre più porosa».
Senza dimenticare la promozione a livello ecumenico e di dialogo. «Basti pensare che sono circa 15/16 lingue quelle usate nella celebrazione della Messa domenicale e questo può essere offerto ai pellegrini che vengono da altrove».
Un’agenzia di viaggi della Diocesi ha spiegato don Pavanello che «è utile perché ci sia un controllo sulla qualità dell’esperienza, come ad esempio nell’equilibrio tra l’aspetto culturale ed ecclesiale. Si rivela utile anche per la formazione delle guide e degli accompagnatori e per la capacità di intercettare bisogni specifici, pensiamo ai gruppi parrocchiali, agli anziani, alla disabilità, ai giovani in cammino vocazionale o agli ospiti provenienti da altre diocesi».

Tornando a margine con i cronisti, sui “numeri” del “Bilancio”, l’Arcivescovo ha evidenziato il dato che lo ha colpito maggiormente. «È il totale delle risorse disponibili che sono frutto di tanti rivoli che giungono grazie alla generosità dei singoli per le risorse dell’8×1000, per forme di generosità particolari. Mi ha colpito, però, anche il fatto che il contributo medio delle offerte pro capite, così come analizzato, conosce nella città di Milano, il valore minimo. Milano abita una generosità, ma che non è paragonabile a quella per esempio che abita Lecco. Questo mi fa riflettere sul senso di appartenenza dei milanesi alle loro comunità».
Insomma, per i milanesi la Madonnina non è più un punto di riferimento? «Milano – nota l’Arcivescovo – si riconosce sempre nella Madonnina e manifesta un grande culto per alcuni simboli, ma, forse, c’è da dire che Milano vive fuori Milano, è abitata da gente che va e viene e quindi ci sono meno persone che abitano in città, anche se hanno qui la loro residenza».




