L’Arcivescovo, presso l’Oasi San Francesco, luogo di accoglienza, ospitalità e spiritualità, ha aperto l’ultima giornata di studi della seconda edizione del corso “Reti generative a sostegno della bellezza dell’umano”, promosso da 25 Associazioni

di Annamaria Braccini

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La benignità, la clemenza, la perseveranza, come virtù specifiche che parlano di altre virtù più comprensive.

È questo il tema della relazione con cui l’Arcivescovo apre la terza giornata (le prime due si erano tenute il 5 e il 26 ottobre) della Seconda edizione del Corso “Reti generative a sostegno della bellezza dell’umano” promosso da ben 25 Associazioni attente alle questioni della vita, della famiglia, della medicina e dell’educazione. Rivolta specificamente a operatori socio-sanitari, medici, docenti, educatori e catechisti, l’iniziativa è centrata su “Le virtù: capacità, efficacia, e qualità nei percorsi di cura”.

In tale contesto – arricchito anche dalle esecuzioni del Coro “Non Nobis” di Novate Milanese – , il vescovo Mario propone il suo intervento presso l’“Oasi San Francesco”, luogo di accoglienza, ospitalità e spiritualità gestito dal Terzo Ordine Regolare Francescano e inserito nella parrocchia dei Ss. Patroni d’Italia affidata agli stessi religiosi.

«Benignità e clemenza sono forme della virtù teologale della carità, la perseveranza è una forma della virtù cardinale della fortezza», chiarisce subito il Vescovo, indicando le prime due come «virtù relazionali che danno conto di un’attitudine, relativamente a come ciascuno è chiamato ad atteggiarsi verso gli altri; espressione della libertà virtuosa di chi è capace di stabilire buone relazioni quale frutto di una intima disposizione».

Un modo – questo – con il quale si può anche definire lo “stile cristiano” di un agire che contribuisce a “creare un clima”, «un essere, come dice san Paolo, il buon profumo di Cristo, che offre un ambiente di benessere».

Una prima icona biblica, con la parabola del Samaritano, illustra la benignità.

«Si crea tra la vittima anonima e il passante anonimo una relazione costruita sul gemito del ferito. Sono il bisogno, la sofferenza dello sconosciuto che muovono a compassione il samaritano di passaggio. Questa è una provocazione interessante del Vangelo perché si stabiliscono relazioni a partire dal bisogno».

Qui c’è qualche cosa da imparare, secondo l’Arcivescovo. «Si rivela che vi è, nell’animo umano, una predisposizione alla compassione verso gli altri, perché siamo fatti per provare gli stessi sentimenti di Cristo. Questa è la profondità teologica di tale virtù: si parla spesso male delle donne e degli uomini, ma dovremmo vedere quanta compassione c’è al mondo».

La questione è tuttavia, cosa impedisce a tale compassione di attivarsi sempre, come dimostrano i personaggi della parabola che passano oltre. «Quale resistenza c’è in loro? Forse la fretta, la paura che il coinvolgimento abbia conseguenze spiacevoli; forse l’indifferenza che rende insensibili al gemito del ferito, induce a ripiegarsi su di sé e nasce da qualcosa che si è sclerotizzato nell’animo».

​Eppure, proprio la benignità «è virtù molto praticata negli ambienti e nei percorsi educativi, della cura e nelle forme di solidarietà. È stupefacente che ci siamo persone che si curano degli altri solo perché c’è chi ne ha bisogno. Tutto ciò, pur nei difetti, è un valore aggiunto del sistema sociosanitario, per cui ci si china sul malato, anche se non lo si è mai visto prima».

Poi, la clemenza con l’icona di Giuseppe che perdona i suoi fratelli «inducendo a ricostruire la relazione con gesti di riconciliazione».

«La ferita non degenera in risentimento irrimediabile perché la relazione fraterna è più importante e determinante del torto subìto».

Se la vendetta non è un risarcimento, da dove viene quella mania di distruggere che rende le cose inservibili a tutti? Quella cattiveria, quelle forze del male che si scatenano oltre ogni ragionevolezza?, osserva il Vescovo ricordando il suo recente viaggio in Siria. «Forse nascono da una grande infelicità, dalla sensazione di non essere amati, per cui non vale la pena di vivere né io né gli altri; forse da una incapacità di condividere quello che l’altro sente».

«La clemenza è una virtù che trova posto nelle grandi tragedie, ma la sua pratica più ordinaria è la pazienza che sopporta anche le persone più insopportabili – basti pensare all’educazione degli adolescenti o alle pretese dei parenti di fronte al medico – non venendo meno alla necessità di creare buone relazioni anche in situazioni difficili e continuando a servire, ad ascoltare, a sopportare. Questa clemenza parla di un percorso provvidenziale perché ha a che fare con Dio».

E, infine, con l’immagine biblica di Eleàzaro (il vecchio israelita che si rifiuta di adeguarsi alle imposizioni dei potenti, come si racconta nel secondo Libro dei Maccabei), la perseveranza per cui la scelta del bene entra nel tempo. «Si tratta della dimensione temporale della fortezza che è messa alla prova dalla durata con le sue insidie, la stanchezza, il logoramento delle motivazioni, le tentazioni che suggeriscono vie più comode per evitare certi pericoli, vie che accondiscendono alla pigrizia e suggeriscono l’omologazione e l’adattamento “all’aria che tira”».

La perseveranza, fino al martirio, può essere anche la testardaggine, l’ostinazione che si nutre di orgoglio e di esibizionismo: qui l’esempio sono i mafiosi che sono perseveranti nel non pentirsi coltivando con fierezza non i valori, ma i crimini.

Al contrario, la vera perseveranza, quella dei martiri tra cui «ci sono vecchi e bambini, uomini e donne, ricchi e poveri, forti e deboli, è la relazione con l’irrinunciabile, con il Signore, che consente di rinunciare a tutto il resto, anche alla vita. L’irrinunciabile è il tema che motiva la coerenza».

Per questo le insidie alla perseveranza si possono individuare in una sorta di relativismo «che non trova nulla di irrinunciabile e che, perciò, di fronte alla prospettiva di soffrire, è pronto a rinunciare a tutto, ad adattarsi, a inchinarsi a ogni potere. La fragilità del carattere, l’angoscia per le persone amate che possano patire delle conseguenze, la minaccia del dolore fisico, il discredito e l’impopolarità della fedeltà sono limiti comprensibili, ma quello che sembra più pericoloso e discutibile è la fragilità del rapporto con l’irrinunciabile, per cui non si vive in una casa edificata sulla roccia».

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