La crisi economica ha fiaccato la speranza e la capacità di accoglienza anche delle famiglie più disponibili. Nel contesto della Giornata nazionale per la vita l'analisi del sociologo Francesco Belletti e l'esperienza di Rosalba, che ha aperto le porte di casa a un piccolino di soli 12 giorni

di Stefania CECCHETTI

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Tempi di crisi, tempi di ripiegamento delle famiglie su se stesse. Ci sono le difficoltà materiali, certo. Ma la crisi sembra aver fiaccato anche la speranza delle famiglie e, con essa, l’apertura alla vita e la capacità di accoglienza.

Questo il tema al centro dell’annuale convegno diocesano sull’affido di sabato 3 febbraio. Tra i relatori, Francesco Belletti, sociologo e direttore del Cisf (Centro internazionale studi famiglia): «La crisi non si è sentita solo sul Pil, ma ha investito anche le dimensioni relazionali del vivere, compresi i rapporti familiari. Anche le famiglie che avevano dimostrato capacità di accoglienza sono diventate un po’ meno disponibili. Del resto l’affido non è uno scherzo: a parte la responsabilità di gestire un minore non propriamente tranquillo, come in genere sono quelli che hanno bisogno di una nuova famiglia, c’è la grande difficoltà della temporaneità, una dimensione che racchiude un’aspettativa di gratuità molto alta e che richiede una forte consapevolezza».

Quello che molte famiglie “timorose” non immaginano è che esistono forme di affido più leggere, in cui proprio la temporaneità può giocare a favore. Come a dire: l’esperienza è difficile? Sì, però è limitata nel tempo, possiamo farcela. È quello che si è detta Rosalba, mamma cinquantenne di tre figli, che insieme al marito ha deciso di aprire le porte di casa ad Amir quando il piccolo aveva solo 12 giorni.

«Abbiamo aderito a un progetto di affido temporaneo per bambini da 0 a 3 anni – racconta -. Mentre i servizi sociali ne verificano l’adottabilità, questi piccolini vengono inseriti in una famiglia, perché possano sperimentare i primi legami di attaccamento». Rosalba e famiglia sapevano fin dall’inizio che Amir si sarebbe fermato solo per un anno: «Un’esperienza molto intensa, faticosa per certi versi – spiega -, ma per noi fattibile proprio perché limitata nel tempo. Amiamo molto i neonati, sentivamo di avere ancora le energie e la forza per accogliere un piccolino e vederlo crescere. Per la gioia soprattutto del nostro figlio più piccolo, che allora aveva sei anni e che lo ha accolto con entusiasmo, anche se con un po’ di comprensibile gelosia».

Rosalba ha chiesto un anno di maternità per dedicarsi interamente a questo progetto: «Ho dovuto riprendere un po’ la mano – spiega ridendo – ma è stato come andare in bicicletta, l’istinto materno si è riattivato immediatamente. Nella mia fantasia, lui doveva essere un “ospite”, invece l’ho sentito come il mio quarto figlio a tutti gli effetti».

Eppure la separazione non è stata difficile, ci assicura Rosalba: «Lo sapevamo fin dall’inizio. E poi, quando i genitori adottivi sono stati individuati, ci sono stati 15 giorni di passaggio di consegne molto bene organizzati, durante i quali la coppia prescelta è venuta in casa nostra quotidianamente per conoscere Amir. Vedere la loro emozione e sentire la loro gratitudine per esserci occupati di lui fino a quel momento ci ha ripagato di tutto».

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