L’esperienza di Emanuele Ghelfi che, ottenuto il dottorato, ora è docente al Pontificio Istituto Ambrosiano. E la storia della sua ricerca sulle origini di un antico organo della Valtellina...

di Luisa BOVE

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Emanuele Ghelfi, che ha frequentato il Piams fino a ottenere il dottorato in Musica sacra, ora è passato dall’altra parte della cattedra.

«Sono titolare del corso di Latino liturgico, Storia della musica sacra e Storia della letteratura italiana – spiega -. Al Piams ho conseguito il Magistero di Canto gregoriano secondo il vecchio ordinamento, un titolo equiparato al dottorato». In tasca Ghelfi ha pure una laurea magistrale in Lettere classiche, conseguita discutendo una tesi sull’origine del cristianesimo a Milano e della liturgia ambrosiana. Poi ha studiato alla Scuola di archivistica, paleografia e diplomatica dell’Archivio di Stato di Milano.

E la scelta del Piams come è nata? «Risale alla quinta superiore – spiega -. Allora già suonavo ed ero a un livello quasi di ottavo di pianoforte, avevo iniziato anche le prime basi di organo e mi interessava in particolare lo studio della musica sacra». Dopo la laurea in Lettere classiche ha cercato un istituto che garantisse una continuità nei suoi studi. Il Piams sembrava il luogo giusto. «Inoltre conoscevo alcune persone che avevano studiato lì e me lo avevano consigliato. Poi, guardando il percorso di studi e il tipo di necessità che avevo, l’ho scelto. Non mi interessava diventare solo un esecutore di musica organistica e cercavo anche basi di composizione, che avrei potuto avere in Conservatorio, ma non avrei ricevuto la formazione più specifica e approfondita sulle origini e sulle forme della musica sacra, oltre che la direzione di coro, per cui avrei dovuto iscrivermi a un ulteriore corso».

Gli studi al Piams si sono conclusi per Ghelfi quando ha discusso la sua tesi, che ha richiesto due anni di lavoro tra ricerca d’archivio e viaggi in mezza Lombardia. Il punto di partenza è stato il dubbio, suscitato una decina di anni prima, da un organaro che aveva studiato lo strumento di un piccolo paese della Valmalenco, «un organo che sarebbe stato costruito da Pietro Ligari e che conteneva al suo interno una serie di caratteristiche tecniche interessanti, perché in grado di risolvere alcuni problemi a livello di struttura». Possibile che Ligari – non organaro, ma famoso pittore di inizio Settecento in Valtellina – avesse costruito uno strumento simile? Ghelfi è partito da questo dubbio e ha ricostruito la vicenda di Ligari, compresa la storia dei due strumenti da lui realizzati. «Alla fine ho dimostrato che l’organo in questione è stato modificato più volte, quindi l’innovazione tecnica non è attribuibile al famoso pittore. Inoltre ho fatto luce sul panorama della diffusione dell’organaria nella Lombardia settentrionale, in Valtellina, ma non solo».

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