Dichiarata Venerabile da papa Francesco, sarà al centro di un evento online con gli interventi dell’Arcivescovo, del pronipote Paolo e la presentazione di un docufilm

di Emilia Flocchini

Adele Bonolis
Adele Bonolis

È passato oltre un mese da quando papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui Adele Bonolis veniva dichiarata Venerabile. La Fondazione che oggi comprende le opere da lei istituite ha promosso, per il 25 febbraio, l’evento a distanza «Adele Bonolis riparatrice di umanità» trasmesso in streaming sul sito www.fondazioneadelebonolis.it, sul canale 178 del digitale terrestre e sul canale 839 Sky (in allegato il programma completo e le modalità per assistervi).
Oltre agli interventi dell’Arcivescovo, monsignor Delpini, e di Paolo Bonolis, pronipote della Venerabile, si terrà la presentazione del docufilm La centesima strada, girato da Paolo Lipari. In ventitré minuti, è Adele stessa a guidare alla scoperta delle Case da lei istituite: la sua voce è ricavata da una registrazione trovata negli archivi della Fondazione.

Alessandro Pirola, che da cinque anni ne è il presidente, spiega le ragioni di questo evento.

Per quale ragione avete deciso di realizzare il docufilm?
Per andare a capire e comprendere il cuore di questa donna, che ha fondato l’opera in cui mi trovo a lavorare, ovvero Casa San Paolo – As. Fra., a Vedano al Lambro.

Nel corso di questi anni avete riscontrato, come Fondazione, un interesse crescente attorno alla figura e alle opere della Venerabile Adele?
Abbiamo registrato una riscoperta, una passione che molti già avevano e una curiosità di altri per una figura così bella di donna ambrosiana, laica, insegnante presso il liceo Berchet di Milano, operante nella parrocchia di Sant’Ambrogio nel centro cittadino, che partecipava ai dibattiti culturali dell’epoca con una sua originalità di giudizio e d’iniziativa.

Adele, però, non era puramente una filantropa, ma un’anima per certi versi contemplativa, immersa nella relazione tra le Persone della Santissima Trinità. Questo come si notava in mezzo alle sue attività?
Si notava in tutta evidenza. Non le interessava compiacere gli ospiti, i malati, i professionisti, né si risparmiava nulla della propria identità, della propria fede e dei propri convincimenti: a partire proprio da questi era aperta a chiunque, cosciente che tutti, malati, operatori, ma anche semplici benefattori e la gente che incontrava, erano fatti della stessa pasta. Per lei era spontaneo far coincidere la possibilità di bene con un’esperienza di pienezza e di fede.

Lo scorso 5 giugno l’Arcivescovo ha visitato Casa San Paolo. Quali ricordi e impressioni ha lasciato?
La visita dell’Arcivescovo è stata come una carezza della Provvidenza, una carezza di Gesù. Si è reso disponibile a rispondere alle domande che gli ospiti avevano preparato – eravamo nel cortile di questa casa – e ha risposto a tutti, prendendo ciascuno sul serio, per la persona che era e per le domande che poneva.

Né più né meno di quello che faceva la Dottoressa, come la chiamavano quanti l’avevano conosciuta…
Esattamente. Poi ha aggiunto del suo, dicendo sostanzialmente un pensiero centrale: «Voi siete adatti a un rapporto con Gesù, voi siete adatti ad amare». La fatica, il dolore, non contraddice la possibilità di bene, non nega la possibilità di una grazia. Non che sia una novità, ma sentirsela dire in maniera così chiara ha lasciato tutti stupiti.

A suo avviso, quali segni anticipatori, ma validi anche per i nostri tempi, sono da ravvisare nella sua testimonianza?
Per lei il punto di aggancio all’esperienza ecclesiale era il Battesimo: teneva mensilmente incontri con tutti i collaboratori e i benefattori proprio sul senso di questo punto essenziale, quasi sufficiente, di appartenenza a Cristo e alla sua Chiesa. Nello stesso tempo, aveva una libertà di relazionarsi con professionisti di ogni genere, chiedendo alle rispettive discipline di declinare ciò di cui lei era certa, ossia che ogni persona era un bene.

 

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