È morto a 74 anni l’imprenditore che perse la moglie, la figlia e il nipote nella strage del dicembre 2006. La sua testimonianza di fede al centro di un libro e di numerosi incontri nelle parrocchie

di Mauro Colombo

Carlo castagna

Ha trascorso gli ultimi giorni di buona salute lavorando alla scenografia di un presepe per la parrocchia, da sapiente artigiano del legno qual’era. Poi una malattia, subdola e fulminea, e la morte dopo quattro giorni di ricovero. Se n‘è andato così, nella notte tra il 25 e il 26 maggio all’Ospedale Valduce di Como, Carlo Castagna, 74 anni, conosciuto in tutta Italia come «l’uomo del perdono» dopo la strage di Erba che nel dicembre del 2006 gli decimò la famiglia. I funerali saranno celebrati lunedì 28 maggio, alle 14.30, nella Prepositura erbese di Santa Maria Nascente.
Un simbolo della Brianza laboriosa e produttiva, Castagna. Le sue mani recavano visibili i segni della fatica e del lavoro con cui aveva creato un’azienda che, nel suo settore, rappresentava un vanto per il territorio. Ma dei risultati professionali non faceva motivo di spocchia. Anzi, si era fatto apprezzare per la generosa disponibilità con cui si era prestato all’impegno sociale e caritativo e anche alla pubblica amministrazione, oltre che per la sua presenza costante e attiva nella comunità ecclesiale erbese.
Un’esistenza operosa e tranquilla, insomma, stravolta nell’arco di una sera, quella in cui la moglie Paola, la figlia Raffaella e il nipotino Youssef furono barbaramente trucidati con la vicina Valeria Cherubini nell’ormai tristemente nota casa di via Diaz. Fugati in poche ore i sospetti inizialmente caduti sul genero di Castagna, il tunisino Azouz Marzouk, il cerchio delle indagini si strinse progressivamente attorno a Olindo Romano e Rosa Bazzi, altri due vicini di casa con cui Raffaella Castagna non era in buoni rapporti. Liti da condominio, ma evidentemente sufficienti per far crescere nei due una rabbia fuori controllo, che poi si sfogò brutalmente. Questo è quanto ha stabilito la verità processuale, basata sui rilievi effettuati nella casa, sulla confessione (poi ritrattata) dei coniugi Romano e sulla testimonianza oculare di Mario Frigerio (il marito di Valeria Cherubini, scampato alla strage e poi morto nel 2014), e passata al vaglio di tre gradi di giudizio. Fino alla sentenza definitiva, che ha condannato all’ergastolo Olindo e Rosa, detenuti rispettivamente nei carceri di Opera e Bollate.
Già all’indomani della strage Carlo Castagna pronunciò parole di perdono per i responsabili, quali che fossero. «Altrimenti non potrei più pregare il Padre Nostro…», spiegò, forte del suo cattolicesimo profondo e sincero. Una manifestazione di fede che destò emozione anche al di fuori del territorio erbese, tanto che ne venne ricavato un libro e Castagna, negli anni successivi, fu invitato a portare la sua testimonianza in occasione di diversi eventi sia civili, sia religiosi.
Non rinnegò mai quella volontà di perdono, anche se l’accompagnava con una legittima domanda di giustizia che si rinnovava puntualmente quando la stampa, la tv o i social network tornavano a mettere in dubbio la fondatezza della sentenza. È successo ancora qualche settimana fa, l’ennesima trasmissione televisiva contro la quale la famiglia ha deciso di adire le vie legali.
Ogni volta, però, il dolore si rinnovava e l’equilibrio psico-fisico era messo a dura prova. Traumi che evidentemente hanno macerato Castagna nel profondo, malgrado il sorriso aperto e cordiale che rivolgeva sempre ai suoi interlocutori. Per oltre undici anni quello stillicidio di controverità, presunte nuove rivelazioni, veri o falsi colpi di scena lo ha costretto a tornare suo malgrado nella corte di via Diaz. Mentre per lui la vicenda si era chiusa nel momento in cui aveva deciso di destinare i locali teatro della strage alla Caritas, come casa d’accoglienza. Perché da una vicenda di morte potessero fiorire nuove storie di vita.

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