Conosciuta come la "chiesetta di San Carlo" perché nel 1566 l'Arcivescovo di Milano vi passò in visita e...

di Marcello VILLANI
Redazione

Una chiesa restaurata e riaperta al pubblico è sempre una grande gioia. Ma per Castello sopra Lecco la chiesa di origine romanica dedicata ai Santi Nazaro e Celso, più comunemente conosciuta come la chiesetta di San Carlo è qualcosa di più. È un luogo della mente e dello spirito fortemente radicato nella coscienza popolare di questo rione. Fu dedicata dal popolo a San Carlo quando quest’ultimo, in visita a un opificio lecchese, si sporcò la tonaca e decise di lasciarla in dono, oggi preziosissima reliquia, proprio a questa chiesetta. Nel 1566, infatti, San Carlo Borromeo, aveva trovato questa chiesa «antiquissima et male ornata», e ordinò di apportare alcune migliorie. Solo nel 1601 però nei registri parrocchiali si trova traccia di una nota di spesa per alcune «opre fatte nella reedificazione di S. Nazaro»: non si trattò probabilmente di interventi significativi, visto che ancora nel 1608 Federico Borromeo lamentava il cattivo stato degli affreschi e la rozzezza del pavimento. La svolta nella storia del piccolo oratorio avvenne nel 1674, quando con atto rogato dal notaio Giovanni Cattaneo nella sala nova della sua dimora di Cavalesine venne ufficialmente costituita e riconosciuta la confraternita (o schola) di S. Carlo la quale decise di trasferirsi nel dimesso oratorio di San Nazzaro; questo fu quindi sottoposto ad una serie di radicali lavori di ampliamento e riforma terminati entro il 1683 (data incisa sull’architrave dell’ingresso laterale), che gli conferirono suppergiù l’aspetto attuale. Così il 4 novembre, festa di San Carlo, sarà festa grande a Castello con in testa il parroco don Egidio Casalone. Ai primi di agosto del 2009, un incendio devastò l’«incona tutta di legno adorato et argentato e colorato» donata nel 1739 dal marchese Marc’Antonio Locatelli e da donna Domenica Melesi Lanfranchi e contenente un affresco di «Madonna con bambino» con una cornice, appunto, di legno stuccata, dorata e argentata. Il fumo dell’incendio provocò i danni maggiori annerendo pareti e strutture, al di là della cappella. Ma dopo un anno di restauri coordinati dalla Sovrintendenza e pagati dalla parrocchia di Castello (realizzati dalle ditte Zanolini di Milano e Casati), la chiesetta riaprirà le porte ai fedeli. Ufficialmente sarà riaperta al culto già giovedì 28 con la partecipazione del vicario episcopale della Zona II (Varese) monsignor Giovanni Stucchi, già direttore del Resegone di Lecco. Poi sarà riaperta ai fedeli il 4 novembre con due messe solenni: una al mattino e una la sera. Unico «mistero» è il perché questa chiesa, che fu visitata da San Carlo, fu costruita a così poca distanza (poche decine di metri in linea d’aria), dalla parrocchiale, sicuramente preesistente… Probabilmente fu costruita ai lati di quello che oggi è corso Matteotti perché allora doveva passare di qui una delle direttrici principali per la Valsassina. A prescindere, dunque, dalla distanza dalla parrocchiale di Castello, vicinissima, sarebbe servita ai viandanti per fermarsi e pregare, prima di intraprendere la via per le montagne. Una chiesa restaurata e riaperta al pubblico è sempre una grande gioia. Ma per Castello sopra Lecco la chiesa di origine romanica dedicata ai Santi Nazaro e Celso, più comunemente conosciuta come la chiesetta di San Carlo è qualcosa di più. È un luogo della mente e dello spirito fortemente radicato nella coscienza popolare di questo rione. Fu dedicata dal popolo a San Carlo quando quest’ultimo, in visita a un opificio lecchese, si sporcò la tonaca e decise di lasciarla in dono, oggi preziosissima reliquia, proprio a questa chiesetta. Nel 1566, infatti, San Carlo Borromeo, aveva trovato questa chiesa «antiquissima et male ornata», e ordinò di apportare alcune migliorie. Solo nel 1601 però nei registri parrocchiali si trova traccia di una nota di spesa per alcune «opre fatte nella reedificazione di S. Nazaro»: non si trattò probabilmente di interventi significativi, visto che ancora nel 1608 Federico Borromeo lamentava il cattivo stato degli affreschi e la rozzezza del pavimento. La svolta nella storia del piccolo oratorio avvenne nel 1674, quando con atto rogato dal notaio Giovanni Cattaneo nella sala nova della sua dimora di Cavalesine venne ufficialmente costituita e riconosciuta la confraternita (o schola) di S. Carlo la quale decise di trasferirsi nel dimesso oratorio di San Nazzaro; questo fu quindi sottoposto ad una serie di radicali lavori di ampliamento e riforma terminati entro il 1683 (data incisa sull’architrave dell’ingresso laterale), che gli conferirono suppergiù l’aspetto attuale. Così il 4 novembre, festa di San Carlo, sarà festa grande a Castello con in testa il parroco don Egidio Casalone. Ai primi di agosto del 2009, un incendio devastò l’«incona tutta di legno adorato et argentato e colorato» donata nel 1739 dal marchese Marc’Antonio Locatelli e da donna Domenica Melesi Lanfranchi e contenente un affresco di «Madonna con bambino» con una cornice, appunto, di legno stuccata, dorata e argentata. Il fumo dell’incendio provocò i danni maggiori annerendo pareti e strutture, al di là della cappella. Ma dopo un anno di restauri coordinati dalla Sovrintendenza e pagati dalla parrocchia di Castello (realizzati dalle ditte Zanolini di Milano e Casati), la chiesetta riaprirà le porte ai fedeli. Ufficialmente sarà riaperta al culto già giovedì 28 con la partecipazione del vicario episcopale della Zona II (Varese) monsignor Giovanni Stucchi, già direttore del Resegone di Lecco. Poi sarà riaperta ai fedeli il 4 novembre con due messe solenni: una al mattino e una la sera. Unico «mistero» è il perché questa chiesa, che fu visitata da San Carlo, fu costruita a così poca distanza (poche decine di metri in linea d’aria), dalla parrocchiale, sicuramente preesistente… Probabilmente fu costruita ai lati di quello che oggi è corso Matteotti perché allora doveva passare di qui una delle direttrici principali per la Valsassina. A prescindere, dunque, dalla distanza dalla parrocchiale di Castello, vicinissima, sarebbe servita ai viandanti per fermarsi e pregare, prima di intraprendere la via per le montagne.

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