A�Mesero Caritas Ambrosiana e Servizio diocesano promuovono un grande momento di condivisione e confronto. Il direttore della Caritas don Roberto Davanzo: «Per l'affido non si cercano né santi né eroi: ogni nucleo, se sostenuto, può vivere questa scelta»

di Maria Teresa ANTOGNAZZA
Redazione

Una festa che ha tutto il sapore dell’accoglienza. Sembra proprio questa la parola d’ordine che muove Caritas ambrosiana e Servizio per la famiglia della Diocesi di Milano, che domenica 11 aprile tornano insieme a Mesero per vivere con le famiglie che hanno fatto esperienza di affido e di adozione un grande momento di condivisione e confronto. Ma perché tutta questa attenzione al tema dell’affido da parte della Chiesa milanese? Dove nasce e come si alimenta? Ne parliamo con don Roberto Davanzo, direttore della Caritas. «Si tratta di un tema che poggia su due intuizioni, che accompagnano la Caritas e il Servizio per la famiglia della Diocesi da molto tempo. Da un lato, il principio del diritto di ogni bambino alla famiglia, dentro cui si giocano appunto i temi, seppur diversi, dell’affido e dell’adozione. Dall’altro lato, però, sta la convinzione che non si possono chiedere sforzi eroici alle famiglie che intraprendono questa strada di accoglienza di un minore, perché sappiamo bene che si tratta di una scelta non facile, che a volte è davvero crocifiggente».

Ma allora come è possibile aprirsi a queste prospettive e come sostenete le famiglie che ci provano?
Diciamo subito che partiamo dalla convinzione che per fare un affido non si cercano né santi, né eroi. Si tratta di una dimensione praticabile per qualsiasi famiglia normale, possibilmente “giovane”, con energie da spendere. Ma a certe condizioni. L’aspetto fondamentale è di non essere soli in questo cammino. Da sola, nessuna famiglia ce la può fare e va incontro a situazioni davvero insostenibili e frustranti.

Dove stanno le maggiori fatiche in un affido?
Gli aspetti problematici mi sembrano due. Il primo riguarda l’investimento di energie affettive su questo progetto. Essendo un’esperienza a termine, occorre incanalare bene questa dimensione affettiva, trovando un giusto equilibrio: occorre dare al bambino tutto quello che gli occorre, ma mantenendo anche una certa distanza, in vista del distacco che inevitabilmente avverrà. Poi, dobbiamo fare i conti con un quasi certo “fallimento”, nel senso che prima o poi i genitori adottivi e affidatari fanno i conti con la sindrome del rifiuto. Quando il ragazzo, diventato adolescente, sa di non essere un figlio naturale e di essere stato rifiutato in un certo momento nella sua storia, allora si ribella alla nuova famiglia, scarica il suo dolore sui genitori che lo hanno accolto.

Di fronte a situazioni così impegnative, come è possibile allora vivere in modo efficace e sereno un’esperienza di accoglienza?
Noi vogliamo che le famiglie che si aprono all’affido e all’adozione siano sostenute in questa scelta da una cornice comunitaria, di respiro più ampio. Anche la festa di Mesero dell’11 aprile vuole andare in questa direzione. Puntiamo a far nascere a livello parrocchiale un contesto favorevole e “caldo” attorno alle famiglie affidatarie, perché siano sostenute concretamente e quotidianamente. Per superare l’idea specialistica dell’affido occorre dare sostegno reciproco.

In concreto cosa offrite?
C’è l’esperienza positiva dello Sportello Anania, che opera in una fase di prevenzione, cercando di fare un lavoro di supporto e maturazione della consapevolezza delle famiglie che si avvicinano a queste esperienze. Le coppie incontrano preventivamente professionisti (psicologi, assistenti sociali, pedagogisti) che chiariscono tutti i presupposti dell’accoglienza. Poi indirizzano alle associazioni che operano concretamente gli abbinamenti e li seguono in questo percorso. Compito dello sportello è anche quello di far sorgere ambiti dove le famiglie non si sentano sole, possibilmente vicino a dove vivono. Siamo ancora agli inizi in questo obiettivo, ma ci crediamo fortemente.

Quali sono le famiglie “adatte” a intraprendere un affido?
Domanda difficile. Potrei dire che c’è un requisito fondamentale e imprescindibile. Essere una famiglia che riconosce l’insufficienza di una vita reclusa fra le quattro mura del proprio appartamento. Che sente, cioè, la necessità di superare l’isolamento, l’autosufficienza, la solitudine e avverte che non basta solo “stare bene fra di noi”: questo sarebbe, al contrario, l’inizio di una pericolosa deriva verso un “familismo” che chiude anziché aprire agli altri, chiudendosi in un bozzolo da cui sarà difficile uscire e dove i bisogni degli altri faticheranno sempre a essere ascoltati. Ecco, una famiglia che invece riconosce il suo limite, che sente il bisogno di relazionarsi agli altri, di mettersi in contatto con altre famiglie, che è disposta a parlare, a incontrarsi, a dialogare; che apre porte e finestre per far circolare più aria in casa sua, questa è una famiglia che può pensare di avviare un percorso di accoglienza. Una festa che ha tutto il sapore dell’accoglienza. Sembra proprio questa la parola d’ordine che muove Caritas ambrosiana e Servizio per la famiglia della Diocesi di Milano, che domenica 11 aprile tornano insieme a Mesero per vivere con le famiglie che hanno fatto esperienza di affido e di adozione un grande momento di condivisione e confronto. Ma perché tutta questa attenzione al tema dell’affido da parte della Chiesa milanese? Dove nasce e come si alimenta? Ne parliamo con don Roberto Davanzo, direttore della Caritas. «Si tratta di un tema che poggia su due intuizioni, che accompagnano la Caritas e il Servizio per la famiglia della Diocesi da molto tempo. Da un lato, il principio del diritto di ogni bambino alla famiglia, dentro cui si giocano appunto i temi, seppur diversi, dell’affido e dell’adozione. Dall’altro lato, però, sta la convinzione che non si possono chiedere sforzi eroici alle famiglie che intraprendono questa strada di accoglienza di un minore, perché sappiamo bene che si tratta di una scelta non facile, che a volte è davvero crocifiggente».Ma allora come è possibile aprirsi a queste prospettive e come sostenete le famiglie che ci provano?Diciamo subito che partiamo dalla convinzione che per fare un affido non si cercano né santi, né eroi. Si tratta di una dimensione praticabile per qualsiasi famiglia normale, possibilmente “giovane”, con energie da spendere. Ma a certe condizioni. L’aspetto fondamentale è di non essere soli in questo cammino. Da sola, nessuna famiglia ce la può fare e va incontro a situazioni davvero insostenibili e frustranti.Dove stanno le maggiori fatiche in un affido?Gli aspetti problematici mi sembrano due. Il primo riguarda l’investimento di energie affettive su questo progetto. Essendo un’esperienza a termine, occorre incanalare bene questa dimensione affettiva, trovando un giusto equilibrio: occorre dare al bambino tutto quello che gli occorre, ma mantenendo anche una certa distanza, in vista del distacco che inevitabilmente avverrà. Poi, dobbiamo fare i conti con un quasi certo “fallimento”, nel senso che prima o poi i genitori adottivi e affidatari fanno i conti con la sindrome del rifiuto. Quando il ragazzo, diventato adolescente, sa di non essere un figlio naturale e di essere stato rifiutato in un certo momento nella sua storia, allora si ribella alla nuova famiglia, scarica il suo dolore sui genitori che lo hanno accolto.Di fronte a situazioni così impegnative, come è possibile allora vivere in modo efficace e sereno un’esperienza di accoglienza?Noi vogliamo che le famiglie che si aprono all’affido e all’adozione siano sostenute in questa scelta da una cornice comunitaria, di respiro più ampio. Anche la festa di Mesero dell’11 aprile vuole andare in questa direzione. Puntiamo a far nascere a livello parrocchiale un contesto favorevole e “caldo” attorno alle famiglie affidatarie, perché siano sostenute concretamente e quotidianamente. Per superare l’idea specialistica dell’affido occorre dare sostegno reciproco.In concreto cosa offrite?C’è l’esperienza positiva dello Sportello Anania, che opera in una fase di prevenzione, cercando di fare un lavoro di supporto e maturazione della consapevolezza delle famiglie che si avvicinano a queste esperienze. Le coppie incontrano preventivamente professionisti (psicologi, assistenti sociali, pedagogisti) che chiariscono tutti i presupposti dell’accoglienza. Poi indirizzano alle associazioni che operano concretamente gli abbinamenti e li seguono in questo percorso. Compito dello sportello è anche quello di far sorgere ambiti dove le famiglie non si sentano sole, possibilmente vicino a dove vivono. Siamo ancora agli inizi in questo obiettivo, ma ci crediamo fortemente.Quali sono le famiglie “adatte” a intraprendere un affido?Domanda difficile. Potrei dire che c’è un requisito fondamentale e imprescindibile. Essere una famiglia che riconosce l’insufficienza di una vita reclusa fra le quattro mura del proprio appartamento. Che sente, cioè, la necessità di superare l’isolamento, l’autosufficienza, la solitudine e avverte che non basta solo “stare bene fra di noi”: questo sarebbe, al contrario, l’inizio di una pericolosa deriva verso un “familismo” che chiude anziché aprire agli altri, chiudendosi in un bozzolo da cui sarà difficile uscire e dove i bisogni degli altri faticheranno sempre a essere ascoltati. Ecco, una famiglia che invece riconosce il suo limite, che sente il bisogno di relazionarsi agli altri, di mettersi in contatto con altre famiglie, che è disposta a parlare, a incontrarsi, a dialogare; che apre porte e finestre per far circolare più aria in casa sua, questa è una famiglia che può pensare di avviare un percorso di accoglienza. Dalle 10 al Santuario Santa Beretta Molla – Ecco il programma della giornata di domenica prossima, 11 aprile, presso il Santuario diocesano di Mesero “Santa Gianna Beretta Molla” (piazza Europa 2/a). La Festa delle famiglie accoglienti sarà un’occasione di festa, riflessione e ringraziamento dedicata alle famiglie della diocesi che vivono o hanno vissuto un’esperienza di affido o di adozione e per tutte le persone interessate ai temi dell’accoglienza. Appuntamento alle 10 per la Messa; alle 11.15, presentazione della giornata con interventi di Francesca e Alfonso Colzani, responsabili diocesani del Servizio per la famiglia, Matteo Zappa dell’Area minori della Caritas Ambrosiana e Mariagrazia Mussi Radaelli dello Sportello Anania. Alle 12.30 pranzo al sacco; alle 14, workshop tematici e conclusioni; alle 16.30, merenda per tutti. Per favorire la partecipazione delle famiglie è previsto un servizio di animazione per i bambini. Info: Sportello Anania, tel. 02.76037343 (da martedì a giovedì, 9.30-13) oppure anania@caritas.it �

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