Con i sacerdoti ambrosiani guidati dall'Arcivescovo, circa 15 mila presbiteri provenienti da tutto il mondo hanno partecipato alla Veglia presieduta da Benedetto XVI in Piazza San Pietro per la conclusione dell'Anno Sacerdotale. In un originale dialogo tra il Papa e i preti, toccati il problema delle vocazioni e altri temi "caldi"

di Annamaria BRACCINI
Redazione

Il Papa dialoga con i suoi preti, quasi che la Chiesa universale – simbolicamente riunita in Piazza San Pietro per la Veglia di preghiera a chiusura dell’Anno Sacerdotale – sia una grande parrocchia che ha come confini il mondo intero.
E siccome i problemi urgenti, dall’America del nord all’Africa nera, in fondo sono sempre gli stessi – il celibato, il calo delle vocazioni, il clericalismo, la povertà della gente da soccorre, la cura parrocchiale -, il Pastore del mondo è come un padre che parla alla sua grande famiglia, non riunita davanti a un caminetto, ma che il fuoco della fede viva ce l’ha e si vede.
Piazza San Pietro è, infatti, davvero «il cenacolo di oltre 15 mila sacerdoti, provenienti da ogni parte della cattolicità, uniti per accogliere i frutti dello Spirito di questo prezioso anno», come dice commosso Benedetto XVI dopo aver risposto al saluto dei preti che lo acclamano fin sul sagrato dove siedono i cardinali e centinaia di vescovi.
Inizia così la Veglia di preghiera e adorazione presieduta dal Santo Padre, in un clima sospeso tra raccoglimento ed entusiasmo, “preparato” dalle testimonianze che i maxischermi davanti a San Pietro diffondono anche molto oltre il colonnato del Bernini. Testimonianze di vita pastorale, di preti – c’è spazio anche per una famiglia, suore e seminaristi – che raccontano la loro esperienza da Ars a Hollywood, dalle Favelas della periferia di Buenos Aires alla difficile missione che il nuovo patriarca latino di Gerusalemme sta iniziando «là dove tutto è incominciato».
Poi, appunto, arriva il Papa – la piazza in tante, diverse lingue, scandisce il suo nome a lungo -, che risponde a cinque domande di altrettanti presbiteri in rappresentanza di tutti i continenti: e il dialogo, davvero “familiare”, come notano alcuni dei sacerdoti più vicini all’altare, affronta inevitabilmente i temi “caldi” di oggi.
«Dove andare noi parroci, Santità? Come dobbiamo orientarci in un mondo che pare fare di tutto per rendere impossibile l’annuncio del Vangelo? Come essere testimoni fedeli nell’amore a Cristo?». «Tenete nel cuore e nella vita le tre priorità della quotidianità parrocchiale – dice Benedetto XVI -: l’Eucaristia, l’annuncio della Parola, a livello personale e di predicazione, il Farsi prossimo della Carità». E, così, citando San Carlo, raccomanda: «Non trascurate la vostra anima». E aggiunge: «Riconoscete, riconosciamo, con umiltà i nostri limiti, diamo priorità alle cose veramente importanti, sapendo anche, quando necessario, riposare».
E, ancora, all’interrogativo sul distacco tra teologia e spiritualità che viene da un emozionatissimo sacerdote della Costa d’Avorio, il teologo Ratzinger risponde: «Di fronte alle pretese di scientificità assoluta di teorie che venti, trent’anni fa parevano certe e ora sembrano ridicole, seguiamo le grandi strade maestre, il Vangelo, tutte le Scritture, i Padri e, oggi, il catechismo della Chiesa cattolica di Giovanni Paolo II, via sicura».
Infine, il celibato e la diminuzione delle vocazioni. Questioni aperte, non facili – e la piazza gremita, ascoltando il Pontefice, pare trattenere il respiro -, sulle quali Benedetto XVI scandisce con chiarezza la sua parola. «Nel mondo attuale diminuiscono i matrimoni, ma la critica è tutta per il celibato ecclesiastico», sottolinea il Santo Padre. La ragione c’è, ed è evidente: «Perché il celibato è un valore grande tanto quanto lo sposarsi, in una realtà che rifiuta i “sì” definitivi. La verginità consacrata, come il matrimonio, sono scelte per tutta la vita e rivelano, per questo, il loro valore fecondo. Non dobbiamo avere paura di dare dimostrazione del nostro celibato».
Ma è sulla vocazione – e ben lo si comprende – che il Papa definisce per intero il suo pensiero. «Affidiamoci al Signore che non fa mai mancare operai nella sua vigna. A noi sta il compito fondamentale di dare il buon esempio e la testimonianza di un sacerdozio senza macchia. Credo che ognuno di noi abbia maturato il suo cammino di vocazione anche seguendo parroci e confratelli esemplari». E l’applauso che irrompe, un poco a sorpresa, prima timido e poi sempre più fragoroso, dimostra quanto Ratzinger abbia colpito nel segno, specie in momenti difficili come questo.
Insomma, il messaggio è immediato: lavoriamo, pur con tanti limiti umani, al meglio, stringiamoci intorno all’eucaristia ogni giorno, preghiamo, predichiamo la Parola con la stessa carità che fu del Nazareno e Lui, il Signore, non ci abbandonerà mai. Il suo sacrificio è lì, davanti a noi: sempre. E quando il Papa con tutti, dai cardinali famosi nel mondo ai preti più giovani con il sacco a pelo accanto, si inginocchiano davanti al Santissimo, è un’unica Chiesa, come uno è il Signore, che respira. Il Papa dialoga con i suoi preti, quasi che la Chiesa universale – simbolicamente riunita in Piazza San Pietro per la Veglia di preghiera a chiusura dell’Anno Sacerdotale – sia una grande parrocchia che ha come confini il mondo intero.E siccome i problemi urgenti, dall’America del nord all’Africa nera, in fondo sono sempre gli stessi – il celibato, il calo delle vocazioni, il clericalismo, la povertà della gente da soccorre, la cura parrocchiale -, il Pastore del mondo è come un padre che parla alla sua grande famiglia, non riunita davanti a un caminetto, ma che il fuoco della fede viva ce l’ha e si vede.Piazza San Pietro è, infatti, davvero «il cenacolo di oltre 15 mila sacerdoti, provenienti da ogni parte della cattolicità, uniti per accogliere i frutti dello Spirito di questo prezioso anno», come dice commosso Benedetto XVI dopo aver risposto al saluto dei preti che lo acclamano fin sul sagrato dove siedono i cardinali e centinaia di vescovi.Inizia così la Veglia di preghiera e adorazione presieduta dal Santo Padre, in un clima sospeso tra raccoglimento ed entusiasmo, “preparato” dalle testimonianze che i maxischermi davanti a San Pietro diffondono anche molto oltre il colonnato del Bernini. Testimonianze di vita pastorale, di preti – c’è spazio anche per una famiglia, suore e seminaristi – che raccontano la loro esperienza da Ars a Hollywood, dalle Favelas della periferia di Buenos Aires alla difficile missione che il nuovo patriarca latino di Gerusalemme sta iniziando «là dove tutto è incominciato».Poi, appunto, arriva il Papa – la piazza in tante, diverse lingue, scandisce il suo nome a lungo -, che risponde a cinque domande di altrettanti presbiteri in rappresentanza di tutti i continenti: e il dialogo, davvero “familiare”, come notano alcuni dei sacerdoti più vicini all’altare, affronta inevitabilmente i temi “caldi” di oggi.«Dove andare noi parroci, Santità? Come dobbiamo orientarci in un mondo che pare fare di tutto per rendere impossibile l’annuncio del Vangelo? Come essere testimoni fedeli nell’amore a Cristo?». «Tenete nel cuore e nella vita le tre priorità della quotidianità parrocchiale – dice Benedetto XVI -: l’Eucaristia, l’annuncio della Parola, a livello personale e di predicazione, il Farsi prossimo della Carità». E, così, citando San Carlo, raccomanda: «Non trascurate la vostra anima». E aggiunge: «Riconoscete, riconosciamo, con umiltà i nostri limiti, diamo priorità alle cose veramente importanti, sapendo anche, quando necessario, riposare».E, ancora, all’interrogativo sul distacco tra teologia e spiritualità che viene da un emozionatissimo sacerdote della Costa d’Avorio, il teologo Ratzinger risponde: «Di fronte alle pretese di scientificità assoluta di teorie che venti, trent’anni fa parevano certe e ora sembrano ridicole, seguiamo le grandi strade maestre, il Vangelo, tutte le Scritture, i Padri e, oggi, il catechismo della Chiesa cattolica di Giovanni Paolo II, via sicura».Infine, il celibato e la diminuzione delle vocazioni. Questioni aperte, non facili – e la piazza gremita, ascoltando il Pontefice, pare trattenere il respiro -, sulle quali Benedetto XVI scandisce con chiarezza la sua parola. «Nel mondo attuale diminuiscono i matrimoni, ma la critica è tutta per il celibato ecclesiastico», sottolinea il Santo Padre. La ragione c’è, ed è evidente: «Perché il celibato è un valore grande tanto quanto lo sposarsi, in una realtà che rifiuta i “sì” definitivi. La verginità consacrata, come il matrimonio, sono scelte per tutta la vita e rivelano, per questo, il loro valore fecondo. Non dobbiamo avere paura di dare dimostrazione del nostro celibato».Ma è sulla vocazione – e ben lo si comprende – che il Papa definisce per intero il suo pensiero. «Affidiamoci al Signore che non fa mai mancare operai nella sua vigna. A noi sta il compito fondamentale di dare il buon esempio e la testimonianza di un sacerdozio senza macchia. Credo che ognuno di noi abbia maturato il suo cammino di vocazione anche seguendo parroci e confratelli esemplari». E l’applauso che irrompe, un poco a sorpresa, prima timido e poi sempre più fragoroso, dimostra quanto Ratzinger abbia colpito nel segno, specie in momenti difficili come questo.Insomma, il messaggio è immediato: lavoriamo, pur con tanti limiti umani, al meglio, stringiamoci intorno all’eucaristia ogni giorno, preghiamo, predichiamo la Parola con la stessa carità che fu del Nazareno e Lui, il Signore, non ci abbandonerà mai. Il suo sacrificio è lì, davanti a noi: sempre. E quando il Papa con tutti, dai cardinali famosi nel mondo ai preti più giovani con il sacco a pelo accanto, si inginocchiano davanti al Santissimo, è un’unica Chiesa, come uno è il Signore, che respira. – – Photogallery

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