di Paola SONCINI Responsabile Area Salute Mentale Caritas Ambrosiana
Redazione

Il nostro Arcivescovo, Card. Dionigi Tettamanzi, ha scritto un messaggio alla Diocesi per la ricorrenza della 18ª Giornata Mondiale della Salute Mentale e il filo rosso del messaggio di quest’anno è offerto dalla figura di Carlo Borromeo, vescovo di Milano, di cui celebriamo il quarto centenario della sua canonizzazione. Dalla lettura del messaggio possiamo trarre alcuni insegnamenti sul metodo seguito da San Carlo, di cui l’Arcivescovo fa una singolare declinazione nel campo della salute mentale rivolgendosi in particolare agli amministratori a cui oggi spetta il compito di attuare le normative esistenti e di proporne di migliori nel campo della salute.
Il Borromeo nasce nel 1538 da una famiglia nobile e ricca. Sceglie poi di lasciare tutto, anche gli agi della vita romana alla quale era stato chiamato dallo zio Papa Pio IV, per risiedere a Milano e governare la diocesi ambrosiana. Egli concretizza la sua scelta di essere a fianco delle persone che gli sono state affidate visitando per ben tre volte l’intera Diocesi che ai suoi tempi contava 560.000 abitanti raccolti in 753 parrocchie, come riportano gli Acta Ecclesiae Mediolanensis. Ciò gli ha permesso di acquisire una conoscenza precisa e personale dei bisogni del suo popolo a cui rimane fedele anche durante la carestia del 1570 e la peste del 1576, quando gli allora governatori spagnoli preferirono lasciare la città per mettersi al sicuro altrove. Il nostro Arcivescovo, Card. Dionigi Tettamanzi, ha scritto un messaggio alla Diocesi per la ricorrenza della 18ª Giornata Mondiale della Salute Mentale e il filo rosso del messaggio di quest’anno è offerto dalla figura di Carlo Borromeo, vescovo di Milano, di cui celebriamo il quarto centenario della sua canonizzazione. Dalla lettura del messaggio possiamo trarre alcuni insegnamenti sul metodo seguito da San Carlo, di cui l’Arcivescovo fa una singolare declinazione nel campo della salute mentale rivolgendosi in particolare agli amministratori a cui oggi spetta il compito di attuare le normative esistenti e di proporne di migliori nel campo della salute.Il Borromeo nasce nel 1538 da una famiglia nobile e ricca. Sceglie poi di lasciare tutto, anche gli agi della vita romana alla quale era stato chiamato dallo zio Papa Pio IV, per risiedere a Milano e governare la diocesi ambrosiana. Egli concretizza la sua scelta di essere a fianco delle persone che gli sono state affidate visitando per ben tre volte l’intera Diocesi che ai suoi tempi contava 560.000 abitanti raccolti in 753 parrocchie, come riportano gli Acta Ecclesiae Mediolanensis. Ciò gli ha permesso di acquisire una conoscenza precisa e personale dei bisogni del suo popolo a cui rimane fedele anche durante la carestia del 1570 e la peste del 1576, quando gli allora governatori spagnoli preferirono lasciare la città per mettersi al sicuro altrove. Conoscere il bisogno Da qui il primo criterio che l’Arcivescovo ci consegna: alla base della cura della persona ci deve essere una conoscenza personale del bisogno per poterlo leggere nella sua complessità e discernere come rispondervi in modo efficace. San Carlo esige questa scelta di vicinanza anche dai suoi collaboratori: si deve andare là dove l’altro vive e farsi prossimo alle sue necessità. Potremmo dire che il Borromeo ci sollecita ad andare a domicilio, quelle visite oggi assai poco frequenti da parte dei servizi e che lasciano pertanto soli i familiari con il peso di avere un caro malato, non in carico ai servizi e che spesso rifiuta di iniziare un percorso di cura. Agire insieme per agire meglio Sempre a livello di metodo un secondo criterio che emerge dall’azione di San Carlo è l’agire insieme per agire meglio. Il Borromeo convoca regolarmente i suoi collaboratori per coinvolgerli e responsabilizzarli nelle decisioni che venivano prese. Egli intuisce che la carità può essere prossima a tutti solo se organizzata e non lasciata allo spontaneismo delle singole persone. Il richiamo che il Cardinale fa a questo proposito è sulla necessità di unificare le tante realtà frammentate che operano nel campo della salute mentale e che faticano a mettersi in rete. Solo lavorando insieme, come fece San Carlo, si potrebbero non sprecare le risorse e migliorare comunicazione e progettazione a favore dei malati psichici. Cinque ambiti di intervento Dopo aver presentato questi due criteri, l’Arcivescovo individua cinque ambiti di intervento a cui applicare l’insegnamento di San Carlo: l’integrazione fra dimensione sociale e dimensione sanitaria, così inscindibili nel campo della salute mentale; il favorire un buon vicinato cosicché la persona psichicamente fragile sia aiutata là dove torna a vivere grazie ad una sinergia di interventi fra pubblico e privato sociale, fra volontariato e realtà familiari; avere servizi sempre più adeguati e accoglienti; la situazione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e la famiglia che và accompagnata e affiancata da parte di operatori e volontari della comunità.Su esempio di San Carlo, l’Arcivescovo conclude sollecitandoci a una carità concreta e capace di rispondere in modo stabile e permanente alle domande di sofferenza psichica, con azioni per curare chi è già malato e per prevenire, dove possibile, chi lo potrebbe diventare.

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