L'economista Marco Vitale commenta l'omelia dell'Arcivescovo al recente pellegrinaggio dei migranti lombardi in Duomo: «Rileggiamola per riflettere su come un credente deve porsi di fronte al fenomeno delle migrazioni»

di Marco VITALE www.marcovitale.it
Redazione

L’omelia con la quale il cardinale Tettamanzi si è rivolto, il 3 ottobre, ai migranti di tutta la Lombardia in occasione del pellegrinaggio mariano annuale in Duomo, è un testo così profondamente cristiano che non si presta certo ad alcun commento da questo punto di vista. L’unico commento che possiamo fare è: leggiamolo con attenzione e rileggiamolo per riflettere, con esso, su come un cristiano deve porsi di fronte al grande fenomeno delle migrazioni.
Ma il testo evoca temi che hanno anche un contenuto socio-economico ed è esclusivamente sotto questo punto di vista che svilupperò alcune riflessioni. Le formulo trovandomi in una piccola isola del Mediterraneo che, dall’inizio del ’900 e per quasi tutto il secolo, ha vissuto un intenso movimento di migranti, soprattutto verso gli Stati Uniti. Tante cose nell’isola parlano di questa grande migrazione di lavoro: le testimonianze raccolte nel piccolo museo del mare; le vecchie fotografie nelle famiglie; i racconti orali dei più vecchi; le testimonianze dirette degli “amerikani” o dei loro figli che non infrequentemente ritornano nella loro isola d’origine.
Sono cittadini americani, fedeli al patto costituzionale americano, ma non si sono annullati, spersonalizzati, omogeneizzati. Anzi in una città della California sono ancora uniti in una forte comunità che è il principale soggetto dell’attività di pesca locale. Leggere l’omelia del nostro Cardinale immerso in questi ricordi, mi fa pensare, con commozione, a cosa è stata la grande epopea dei nostri 50 milioni di migranti, le loro fatiche, le loro sofferenze, la loro lotta, le loro umiliazioni, le loro vittorie e soprattutto il loro lavoro che ha fecondato tante parti del mondo.
Le migrazioni sono sempre state un fattore caratteristico e fondamentale della vicenda umana, dalla preistoria ai nostri giorni. Ed il processo di integrazione, del «miracolo dell’integrazione», che è posto al centro dell’omelia, è sempre stato un processo difficile e cruciale: «Così è nata la civiltà italica per integrazioni successive», dice l’omelia; ma noi potremmo allargare il concetto dicendo: così è nata la civiltà umana, per integrazioni successive. L’omelia con la quale il cardinale Tettamanzi si è rivolto, il 3 ottobre, ai migranti di tutta la Lombardia in occasione del pellegrinaggio mariano annuale in Duomo, è un testo così profondamente cristiano che non si presta certo ad alcun commento da questo punto di vista. L’unico commento che possiamo fare è: leggiamolo con attenzione e rileggiamolo per riflettere, con esso, su come un cristiano deve porsi di fronte al grande fenomeno delle migrazioni.Ma il testo evoca temi che hanno anche un contenuto socio-economico ed è esclusivamente sotto questo punto di vista che svilupperò alcune riflessioni. Le formulo trovandomi in una piccola isola del Mediterraneo che, dall’inizio del ’900 e per quasi tutto il secolo, ha vissuto un intenso movimento di migranti, soprattutto verso gli Stati Uniti. Tante cose nell’isola parlano di questa grande migrazione di lavoro: le testimonianze raccolte nel piccolo museo del mare; le vecchie fotografie nelle famiglie; i racconti orali dei più vecchi; le testimonianze dirette degli “amerikani” o dei loro figli che non infrequentemente ritornano nella loro isola d’origine.Sono cittadini americani, fedeli al patto costituzionale americano, ma non si sono annullati, spersonalizzati, omogeneizzati. Anzi in una città della California sono ancora uniti in una forte comunità che è il principale soggetto dell’attività di pesca locale. Leggere l’omelia del nostro Cardinale immerso in questi ricordi, mi fa pensare, con commozione, a cosa è stata la grande epopea dei nostri 50 milioni di migranti, le loro fatiche, le loro sofferenze, la loro lotta, le loro umiliazioni, le loro vittorie e soprattutto il loro lavoro che ha fecondato tante parti del mondo.Le migrazioni sono sempre state un fattore caratteristico e fondamentale della vicenda umana, dalla preistoria ai nostri giorni. Ed il processo di integrazione, del «miracolo dell’integrazione», che è posto al centro dell’omelia, è sempre stato un processo difficile e cruciale: «Così è nata la civiltà italica per integrazioni successive», dice l’omelia; ma noi potremmo allargare il concetto dicendo: così è nata la civiltà umana, per integrazioni successive. Non cedere alla tentazione È necessario integrarsi senza omogeneizzarsi, dice l’omelia, e aggiunge: «Non dovete cedere alla tentazione di chiudervi nei vostri gruppi etnici di appartenenza». Chiudervi no! Ma rimanere uniti ai propri gruppi di appartenenza è inevitabile e utile. Almeno nella prima generazione. Poi, pian piano, con le nuove generazioni inizia la dispersione. Ma anche allora la memoria unitaria sopravvive. Il mondo è pieno di Little Italy, che parlano agli eredi dei primi migranti italiani delle loro origini. E la nostra Milano è piena di associazioni di sardi, siciliani, valtellinesi, perfettamente integrati ma che, giustamente, non vogliono rinunciare alla loro cultura originaria. È solo conservando la propria cultura, la propria storia, la propria individualità, che l’integrazione diventa quello “scambio di doni” di cui parlava Giovanni Paolo II ricordato nell’omelia.Un altro passo importante dell’omelia è rappresentato dalla raccomandazione: «Impegnatevi a conoscere la nostra storia, la nostra lingua, le nostre tradizioni culturali e religiose». Ma qui dobbiamo chiederci: cosa stiamo facendo noi per aiutare i migranti in questo non facile compito? Mi fa piacere far conoscere che proprio a Brescia (città che pur sta vivendo un periodo di oscurantismo culturale drammatico), un’associazione privata vicina al Fai ha realizzato un programma di grande interesse e di grande successo. Ponendosi la semplice domanda: ma come pensiamo che i migranti possano rispettare una città della quale non conoscono nulla? Ha organizzato per i migranti corsi sulla storia della città, sulle sue zone e attività caratteristiche, sulla lingua. L’esperienza ha avuto grande successo e seguito e già si sono formati i primi docenti tra i migranti stessi che vanno a insegnare quanto appreso nelle rispettive comunità. L’esperienza verrà, tra breve, documentata in un libro e mi auguro che si ponga come esempio per analoghe realizzazioni in altre città. E a Breno (Valle Camonica) sono entrato in una chiesa cattolica mentre si svolgeva un matrimonio ortodosso. Ho così appreso che la chiesa è destinata, in certe giornate, all’esercizio dei riti ortodossi per tutti gli ortodossi della Valle Camonica.È questa la risposta dei cristiani a chi tenta di trascinare la nostra civilissima Lombardia in un ciclo di barbarie, con dichiarazioni e comportamenti apertamente razzisti, xenofobi e omofobi che si manifestano in forme ormai più gravi di quelle, che suscitarono apprensione, dell’estremista austriaco Joerg Haider. Due anni fa scrivevo: «La continua involuzione della Lega è più pericolosa del peronismo brianzolo di Berlusconi. Infatti è possibile che, crescendo, con l’età, l’esuberanza giovanile del peròn brianzolo si attenui, mentre l’imbarbarimento della Lega continuerà e peggiorerà fino a quando qualche forza politica seria, liberale, federalista, europeista (e avrei dovuto aggiungere: cristiana) non lo affronterà di petto in un leale ma deciso scontro culturale e politico». – – L’omelia (https://www.chiesadimilano.it/or/ADMI/pagine/00_PORTALE/2010/omelia_migranti.pdf)

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