Sono trascorsi trent'anni esatti dall'elezione di Karol Wojtyla al pontificato. Quel 16 ottobre 1978 era l'alba di un papato nuovo, originale, fatto di gesti inconsueti, ma espressione di un'anima vicina a Dio e vicina all'uomo


Redazione

16/10/2008

di Vincenzo RINI

«Se mi sbaglio mi corrigerete». Era il 16 ottobre 1978 quando, dalla loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro, il nuovo Papa “venuto da lontano”, Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla, si presentava al popolo cristiano e al mondo. A distanza di trent’anni da quel giorno, e a tre anni e mezzo dalla sua morte, già quel piccolo errore di pronuncia può essere riascoltato quasi come una profezia: preannunciava un Papa fuori dagli schemi, dai formalismi.

Un Papa non “straniero”, perché nessuno è straniero nel popolo di Dio, bensì nuovo, particolare. Fedelissimo al supremo suo mandato magisteriale, eppure pienamente libero di essere se stesso, non estraniato dalla propria personalità in virtù del suo ruolo. Diventato Giovanni Paolo II, non ha mai cessato di essere Karol Wojtyla, cittadino del mondo intero, eppure coerente in pienezza al suo essere polacco. Totalmente uomo di Dio e, ciononostante, sempre pienamente terreno, come tutti gli uomini suoi fratelli.

Non parlo qui del suo altissimo magistero – ricchissimo, che a lungo sarà studiato -, ma dei suoi gesti più semplici, terreni, umani: chi può dire che non siano stati, essi stessi, espressione di un magistero di fratellanza, di amore, di prossimità all’uomo, a ogni uomo?

Come dimenticare quelle sue espressioni scherzose in occasione degli incontri con i giovani: le dita delle mani unite attorno agli occhi a fingere gli occhiali, il bastone fatto roteare lietamente di fronte a centinaia di migliaia di giovani, le braccia e le mani alzate a fare catena con quelle dei suoi giovani, i suoi baci e abbracci a bambini, ragazzi e ragazze che si affidavano a lui?

E che dire del suo bacio in fronte a Madre Teresa di Calcutta, del suo incontro in carcere con il suo attentatore Alì Agca? Solo gesti? Solo atteggiamenti mediaticamente forti? No di certo: dietro ognuno di quei gesti c’era un’anima, un gioire con chi gioisce e soffrire con chi soffre. Anche così, il Papa vicino all’uomo esprimeva la vicinanza di Dio a tutti i suoi figli.

Giovanni Paolo II è stato il Papa sceso dalla sedia gestatoria per camminare in mezzo alla gente, con la sua gente. Per farsi partecipe della fatica del cammino umano. E, alla fine dei suoi giorni, quel procedere reggendosi dolorosamente a un bastone è stato testimonianza di un cammino accanto e dentro la sofferenza, che lo ha reso in pienezza maestro, uomo di Dio, uomo per l’umanità.

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