Alla presenza del Capo dello Stato l’Arcivescovo ha presieduto le esequie del “padre” della Protezione civile. «Nel prendersi cura dei fratelli feriti e tribolati diventiamo uomini migliori», ha detto nell’omelia, che pubblichiamo

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Giuseppe Zamberletti

«Siamo qui a tributare il nostro omaggio, a esprimere la nostra gratitudine, a condividere una preghiera per un uomo che si è curato delle ferite dell’umanità. Ha sofferto le ferite degli anni tribolati del terrorismo, e in particolare della drammatica vicenda di Aldo Moro, amico e compagno di partito; ha sofferto le ferite della terra devastata, dei terremoti disastrosi»: così l’Arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, ha definito l’onorevole Giuseppe Zamberletti nell’omelia pronunciata nel corso delle esequie presiedute oggi nella Basilica di San Vittore a Varese, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e di altre autorità istituzionali.

Zamberletti – a lungo parlamentare e più volte ministro, “padre” della Protezione civile nazionale, morto sabato 26 gennaio a 85 anni – con «intraprendenza, determinazione, lungimiranza e fiducia nell’umanità», ha aggiunto l’Arcivescovo, ha dato vita «a un sistema di cura per le disgrazie nazionali che hanno offerto l’occasione alle istituzioni e alla società civile, alle forze dell’ordine e ai volontari per esprimere il meglio di sé». E anche se «le ferite restano dolorose» e «le morti restano irreparabili», «i cuori generosi, la società nelle sue espressioni  migliori proprio per chinarsi sulle ferite della terra e della gente ha saputo mobilitarsi, sentirsi fiera di contribuire al soccorso, rendersi disponibile per sacrifici e fatiche con la sola gratificazione di aver restituito speranza, sorrisi, voglia di vivere e gusto di vivere insieme a gente travolta talora da forze incontrollabili della natura, talora vittima dell’ottusità e dell’imprudenza».

«L’onorevole Zamberletti resta identificato con la protezione civile, un modello organizzativo di alta qualità e di ideali affascinanti – ha puntualizzato l’Arcivescovo in conclusione -. Ma in questo ultimo saluto lo sentiamo non solo un benemerito del passato, ma un discepolo che ha seguito Gesù e ha imparato e ha insegnato che sulle ferite umane si devono chinare gli uomini e che in questo prendersi cura degli altri, dei fratelli feriti e tribolati, diventiamo uomini migliori e il meglio di noi stessi diventa motivo di speranza per l’umanità, come se, in qualche modo, anche dalle ferite della storia escano sangue e acqua, una vita nuova».

 

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