«Il rischio della “radicalizzazione” islamica è sicuramente un’evidenza». Paolo Branca, responsabile diocesano per i rapporti con l’Islam, conferma i timori emersi dalle recenti dichiarazioni del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti. L’impegno della Caritas Ambrosiana nella formazione degli agenti penitenziari

di M. Chiara BIAGIONI

Branca

La “radicalizzazione” islamica nelle carceri italiane non può essere paragonata a quella francese o belga, perché le dinamiche migratorie nel nostro Paese sono recenti e molto diverse. Ma non si può abbassare la guardia o permettere che qualcuno si insinui in un “vuoto” lasciato per mancanza di fondi o di personale competente. Occorre avviare un’opera di prevenzione.

L’allarme è stato lanciato dal procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, sul reclutamento anche nelle carceri italiane di nuove leve, spesso giovanissime. «Se non interveniamo subito – ha detto -, tra cinque-dieci anni ci ritroveremo nella stessa situazione di Bruxelles o delle banlieue parigine».

Secondo uno studio del Ministero della Giustizia – Dipartimento amministrazione penitenziaria, presentato quest’anno a febbraio, circa il 35% dei detenuti nelle carceri italiane proviene da Paesi di religione islamica, principalmente dal Maghreb e soprattutto da Marocco e Tunisia. Su un totale di 64.760 detenuti (al 30 settembre 2015), circa 23 mila erano gli stranieri e 13.500 gli originari di Paesi musulmani. I musulmani osservanti sono poco meno di 9.000, e in 52 istituti sui 202 censiti possono riunirsi in preghiera in salette adibite a moschee. Nelle carceri dove le carenze strutturali non lo consentono, la preghiera avviene nelle celle o nei momenti di socialità e nei cortili interni.

«Il rischio della “radicalizzazione” islamica in carcere è sicuramente un’evidenza», sostiene Paolo Branca, responsabile della Sezione per i rapporti con l’islam per la Diocesi di Milano e professore all’Università Cattolica di Milano. D’altronde l’identikit dei jihadisti catturati a Parigi e Bruxelles parla chiaro: «Più che una educazione islamica o una frequentazione in moschea, i ragazzi che aderiscono alla jihad hanno avuto un passato di delinquenza comune e finiscono in un giro di reclutamento che fa presa su un cocktail esplosivo fatto di rabbia e frustrazione». Non è detto ovviamente che tutti siano destinati a finire nel girone della jihad, ma secondo l’esperto occorre parlare del fenomeno perché «finora nelle carceri non si è fatto un granché».

Nei Centri per minori non accompagnati trovano accoglienza ragazzi che hanno commesso reati minori. Sono giovani che viaggiano molto sul web e possono essere facilmente agganciati. Il reclutamento fa presa sull’età delicata degli adolescenti: «Si sentono emarginati e l’idea di andare a fare qualcosa di grandioso ed eroico può essere vissuta come una chance».

Dentro il carcere si formano gruppi attorno a dei punti di riferimento. «Sono spesso persone carismatiche un po’ esaltate – spiega Branca -. Ci si trova per pregare ma poi accanto alla preghiera ci può essere la predica o altre forme di propaganda favorevole a un islam più tradizionalista al quale a volte i detenuti si aggrappano un po’ per senso di colpa un po’ come possibilità di riscatto. A volte diventano musulmani molto praticanti, qualcuno però quando esce, può essere facilmente agganciato da reti di reclutatori».

«I malintenzionati – continua Branca – si insinuano facilmente laddove c’è un vuoto ed è un peccato perché il carcere dovrebbe essere un luogo di rieducazione. E lo si fa poco, un po’ per la crisi economica che ha ridotto fortemente i fondi; un po’ per la difficoltà di accedere a un ambiente come il carcere dove ogni spostamento è soggetto a complicate pratiche burocratiche». Ma è un lavoro da avviare perché «il carcere torni ad essere quel luogo in cui le persone riescono a recuperare la propria dignità a partire dalla loro cultura».

Secondo Branca occorre avere, sia nei Centri per i minori sia nelle carceri, mediatori che conoscono e parlano la lingua araba e che possano capire esattamente le dinamiche interne. «C’è bisogno di un investimento maggiore di personale adeguato per poter fare opera di prevenzione».

Qualcosa – ma sono iniziative d’avanguardia – si sta facendo. A Milano, per esempio, il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria lombarda e la Caritas Ambrosiana hanno promosso un seminario di formazione per 150 agenti della polizia penitenziaria su “Conoscere il pluralismo religioso nelle carceri italiane”.

Inoltre, è appena uscito un film – “Dustur” – che racconta il lavoro realizzato presso il carcere bolognese di Dozza con 20 incontri sulla Costituzione rivolti ai detenuti islamici. L’iniziativa è sostenuta da frate Ignazio De Francesco, un monaco dossettiano, dei piccoli fratelli dell’Annunciata, che ha vissuto molti anni in Medio Oriente e parla molto bene l’arabo.

Riguardo al rischio di “radicalizzazione” islamica nelle carceri italiane è invece di parere diverso il presidente di Antigone Onlus, Patrizio Gonnella, che, a margine della presentazione del XII Rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia, ridimensiona le preoccupazioni del procuratore. Nelle carceri italiane ci sono «duecento islamici attenzionati». Si tratta per lo più di ferventi religiosi e non è detto che siano radicalizzati. «Questi ultimi sono solo 19, tutti detenuti nel carcere di Rossano Calabro». Gonnella lancia poi un invito: «Non bisogna creare allarmi, perché possono produrre una tensione nelle carceri».

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