L'impoverimento delle famiglie mette a rischio le rette e con esse la sopravvivenza del 30% degli Istituti. Se chiudessero, 350 mila studenti dovrebbero essere ricollocati nelle statali, che già patiscono per le cosiddette “classi pollaio”. Al contrario, spiega l'esperta di politiche scolastiche suor Anna Monia Alfieri, la scuole cattoliche mettono a disposizione le proprie strutture per realizzare quel distanziamento sociale invocato come necessario nella “fase due”

Stefania CECCHETTI

suor Anna Monia Alfieri
Suor Anna Monia Alfieri

Tra le conseguenze socio-economiche del Coronavirus ci potrebbe essere la chiusura del 30% delle scuole paritarie italiane, che attualmente sono 12mila, accolgono 900 mila studenti e danno lavoro a 180 mila dipendenti. A denunciarlo è Anna Monia Alfieri, suora Marcellina esperta di politiche scolastiche, già collaboratrice del Miur.

«Chi sceglie la paritaria – afferma la religiosa – paga due volte. Oltre a sostenere, tramite le tasse, il costo annuo di un alunno che frequenta le statali, che si aggira attorno ai 10 mila euro, deve sobbarcarsi il costo della retta. Per le famiglie è già una fatica pagarla in condizioni normali, figuriamoci ora, quando molti hanno perso il lavoro o sono finiti in cassa integrazione a seguito dell’emergenza Coronavirus».

Da una parte le difficoltà delle famiglie, dall’altra quelle delle scuole, come precisa suor Alfieri: «Il costo standard per formare un allievo è di circa 5.500 euro all’anno, molto di più di quanto richiesto dalle rette, che non superano i 4.500 euro, per consentire a tanti, e non solo a una élite, di frequentare. Per colmare la differenza, in questi anni le paritarie, sia laiche che cattoliche, hanno dovuto avere una gestione più che oculata, ma soprattutto si sono fortemente indebitate. Lo hanno fatto perché credono nel valore del pluralismo educativo».

Colpisce la differenza del costo anno pro-studente tra la paritaria e la statale. Perché formare un alunno costa così tanto allo Stato? Risponde suor Alfieri: «C’è un forte spreco di risorse generato dal fatto che in Italia la domanda di docenti non incontra l’offerta. Abbiamo troppi docenti di diritto, ma pochi di matematica, e li abbiamo a Patù (in Puglia, n.d.r.), dove non c’è la scuola, e non a Milano dove mancano i docenti. Bisognerebbe avere il coraggio di fare un censimento: da una parte l’elenco di tutti i docenti con la disciplina di insegnamento e la città di residenza, dall’altro l’elenco delle scuole e delle cattedre vuote. Si scoprirebbe che non c’è la possibilità matematica che i docenti lavorino tutti vicino a casa, al contrario di quello che promettono da anni politici e sindacati. Si eviterebbero magari le migliaia di insegnanti che fanno ricorso alle leve fiscali (legge 104, maternità, malattia) perché non vogliono insegnare lontano dal Comune di residenza».

Ma troniamo alle paritarie: è soprattutto a causa dell’indebitamento che potrebbero non riuscire a far fronte al mancato pagamento delle rette, che molte famiglie hanno già “minacciato” a fronte delle difficoltà che stanno vivendo. «La questione – spiega suor Alfieri – non è pagare o non pagare i docenti. Come per una qualsiasi azienda, anche per la scuola a un certo punto non è più possibile far debiti. È quello che si chiama bancarotta».

Parte da questa situazione la richiesta avanzata dalle scuole e sostenuta delle associazioni di genitori: «Le scuole paritarie – afferma la religiosa – non chiedono soldi per sé, ma domandano che, nell’attuale situazione di emergenza, sia consentita alle famiglie la detrazione delle rette». In un comunicato stampa diffuso il 16 aprile, la Conferenze dei Religiosi e delle Religiose in Italia (CISM ed USMI) ha fatto sapere di aver apprezzato «l’intervento dei parlamentari che, in maniera trasversale, hanno fatto sentire la loro voce, presentando una interpellanza al Governo, richiamando le ragioni di un doveroso intervento a favore della scuola pubblica paritaria che andasse oltre ogni ideologia, perché la scuola è la prima impresa di un Paese democratico, il reale volano dello sviluppo sociale ed economico. Ma guardiamo anche con preoccupazione allo stralcio degli emendamenti a favore del sostegno reale della scuola pubblica paritaria dalla bozza del Decreto Cura Italia. Auspichiamo, pertanto, che ci sia una riconsiderazione di questo nel passaggio al Senato, che avverrà nei prossimi giorni».

Una posizione che ha ricevuto anche il sostegno della Cei che nel comunicato finale della sessione primaverile del Consiglio episcopale permanente, svoltosi sempre il 16 aprile, ha affermato: «È importante non sottovalutare la preoccupazione circa la tenuta del sistema delle scuole paritarie. Se già ieri erano in difficoltà sul piano della sostenibilità economica, oggi – con le famiglie che hanno smesso di pagare le rette a fronte di un servizio chiuso dalle disposizioni conseguenti all’emergenza sanitaria – rischiano di non aver più la forza di riaprire».

Sfatare il pregiudizio che ideologico che incombe sulle scuole paritarie sarebbe possibile se solo si provasse a immaginare la chiusura: «Sarebbe un guaio – spiega suor Alfieri – non solo per le famiglie che hanno fatto questa scelta, ma anche per tutta la scuola italiana che, già afflitta dal problema delle cosiddette classi pollaio, non avrebbe fisicamente gli spazi per accogliere anche i 350 mila studenti provenienti da quel 30% di paritarie a rischio chiusura».

Invece, le paritarie potrebbero addirittura rappresentare una risorsa preziosa in più, in tempi di Coronavirus e con il rischio, paventato, che non si ritorni sui banchi nemmeno a settembre: «Per realizzare quel distanziamento sociale che si renderà necessario, abbiamo offerto al Governo – spiega suor Alfieri – la possibilità di utilizzare, previo accordo, parte degli edifici degli Istituti delle scuole pubbliche paritarie, in una sorta di “patto educativo e civico”, perché crediamo che la riapertura delle scuole a settembre segnerà la effettiva rinascita del nostro Paese». E conclude: «La rimborsabilità delle rette sarebbe una manovra da due miliardi di euro. Ma adeguare le scuole alle norme anti Covid costerebbe tre miliardi. E altrettanti ne costerebbe trovare il posto agli alunni orfani della paritaria».

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