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Intervista

Omicidio Certosa, don Vitali: «Il problema è il disagio sociale, non l’etnia»

Il responsabile della Pastorale Migranti della diocesi invita a non ridurre la lettura dei fenomeni giovanili alla provenienza o all’immigrazione: «Più presenza educativa nei territori e alleanza tra istituzioni e comunità per prevenire il degrado»

di Stefania CECCHETTI

28 Maggio 2026
Il giovane assassinato alla Stazione Certosa (Fotogramma)

È facile parlare di gang – più o meno “baby” – e di immigrazione fuori controllo, quando ci si accosta a un caso come quello del ragazzo di 22 anni ucciso nei pressi della stazione di Certosa, a Milano. Il giovane è stato accoltellato nella notte tra sabato e domenica, come sembra dalle prime ipotesi (senza ancora conferme investigative) proprio da una pandilla latinoamericana. Ma fermarsi alla sola dimensione della sicurezza rischia, secondo don Alberto Vitali, responsabile dell’Ufficio diocesano per la Pastorale dei Migranti, di non cogliere le radici profonde del fenomeno.

«Io non mi stanco di ripetere che il problema non è la provenienza, ma il disagio sociale», osserva il sacerdote. «Situazioni del genere le abbiamo già viste negli anni Novanta: allora erano le baby gang di piazza Prealpi, ed erano tutti italiani. Dire che sia un fenomeno nuovo legato all’immigrazione mi sembra esagerato».

La polizia al lavoro (Fotogramma)

Da allora, secondo don Vitali, è cresciuta anche la tendenza al sensazionalismo nel riportare queste notizie e alla loro strumentalizzazione politica, con il rischio di leggere ogni episodio esclusivamente in chiave emergenziale o identitaria. «Più controllo può aiutare nel contingente, e ben venga la presenza delle forze dell’ordine», precisa il sacerdote. «Ma non illudiamoci che questo basti a risolvere il problema. Se il nodo è il disagio sociale, allora bisogna lavorare sulle cause profonde. Di fronte a questi fenomeni ci sono due possibilità: o si prova davvero a capirli e affrontarli insieme, oppure li si usa solo per scaricare colpe sugli avversari politici, senza risolvere nulla».

Del resto, osserva, «Milano e la Lombardia hanno avuto amministrazioni di tutti i colori politici: nessuno può pensare di scagliare la prima pietra. Ci sono quartieri che da tempo chiedono maggiore attenzione, più cura degli spazi pubblici, più contrasto al degrado. Serve una responsabilità condivisa, se non vogliamo, tra vent’anni essere qui ancora a parlare del problema, magari con un diverso capro espiatorio: ieri erano gli immigrati dal sud Italia, oggi i latinos e domani chissà…».

Don Alberto Vitali

Per il sacerdote, occorre invece recuperare un’alleanza educativa e territoriale. «Bisognerebbe tornare a una sorta di alleanza tra società civile e autorità amministrative, perché ogni pezzo di territorio venga valorizzato e vissuto. I ragazzi non possono essere lasciati senza proposte positive. Non si tratta di essere “buonisti”, come va di moda dire oggi, ma di essere lucidi: offrire occasioni sane significa fare il bene non solo dei giovani, ma dell’intera comunità».

Già, perché secondo don Vitali, la “gestione” della vita sociale non si esaurisce solo in una logica di ordine pubblico: «Oggi quando si parla di gestione si pensa subito al controllo o alla repressione. Ma gestire significa anche promuovere, valorizzare ciò che di buono esiste nei quartieri, creare condizioni perché le persone possano dare il meglio di sé».

In questo quadro, anche la comunità cristiana è chiamata a interrogarsi sul proprio ruolo educativo e di presenza nei territori. Don Vitali racconta di avere ricevuto, in questi giorni, telefonate da parte di sacerdoti desiderosi di capire meglio il fenomeno del disagio e delle gang per accogliere al meglio nei cortili delle proprie parrocchie: «Mi ha fatto un’ottima impressione vedere parroci che chiedevano strumenti, studi, indicazioni per comprendere questi fenomeni. Perché quando non si capisce, prevale solo la paura».

Gli oratori, aggiunge, in particolare quelli che si trovano nelle zone più critiche, non devono cedere alla tentazione di rimanere chiusi perché hanno poche forze o non sanno come gestire un fenomeno complesso.  Possono continuare a essere luoghi importanti di incontro e prevenzione, soprattutto quando riescono a mantenere viva una presenza educativa concreta e quotidiana: «La prima cosa è stare in mezzo ai ragazzi, conoscerli, parlarci, perché è di questo che hanno bisogno. Per esperienza ho imparato che, quando in oratorio c’è una presenza educativa vera – un prete, degli educatori, adulti capaci di stare accanto ai ragazzi e di conoscerli – è molto difficile che anche i gruppi più problematici trasformino quegli spazi in luoghi di violenza o degrado».