In Cattolica l’Arcivescovo partecipa all’appuntamento conclusivo del progetto di ricerca «Non un'epoca di cambiamento, ma un cambiamento d'epoca» realizzato dalla Fondazione Oasis con il contributo di Fondazione Cariplo

Islam

«L’elezione di Donald Trump è l’indicatore di un malessere, di qualcosa che non funziona più nelle società occidentali che hanno prodotto la globalizzazione e oggi ne subiscono le conseguenze. È sempre più evidente un ritorno all’identitario, alle tensioni tra identità diverse e alla chiusura delle frontiere», dice Tareq Oubrou, imam della moschea di Bordeaux che mercoledì 23 novembre, alle 18.30, interverrà nella Cripta Aula Magna all’Università Cattolica, assieme al rettore Franco Anelli, all’arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, a Khalid Chaouki, deputato del Pd e coordinatore dell’intergruppo “Immigrazione e cittadinanza”, e Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, all’incontro «Islam in Europa, la sfida della cittadinanza», che conclude il progetto di ricerca 2016 di Fondazione Oasis – «Non un’epoca di cambiamento, ma un cambiamento d’epoca» -, realizzato con il contributo di Fondazione Cariplo.

Nella campagna elettorale che ha portato alla vittoria di Donald Trump in America le questioni dell’immigrazione e dell’integrazione sono state determinanti. E lo saranno anche nei prossimi appuntamenti elettorali in molti Stati europei, come Germania e Francia. L’Europa è in grado di proporre un’alternativa?

Tareq Oubrou ha raccontato a Oasis l’esperimento francese di cittadinanza e riconosce come il problema non risieda tanto nella nozione di cittadinanza, quanto nella mentalità e nella cultura francesi, diffidenti rispetto a tutte religioni. La Francia è diventata sempre più “meticcia”, per usare un termine che emerge nei lavori di Fondazione Oasis, con una forte presenza di immigrati in arrivo da Paesi islamici: «I musulmani di Francia sono cittadini francesi a pieno titolo, ma hanno la colpa di essere portatori di una religione che fa paura ai loro concittadini francesi che la legano al jihad, al terrorismo e alle guerre. In Francia il terrorismo è provocato dai figli della Repubblica, francesi hanno ucciso altri francesi in nome della religione». «Abbiamo l’impressione di essere ritornati al Medio Evo – continua Oubrou -. La Francia ha combattuto per una laicità che prevede la tolleranza verso la religione, e oggi quest’ultima provoca delle fratture nella società. Il legame sociale si è sta affievolendo».

Per Oubrou il modello francese è un modello ideale dove la Repubblica garantisce il libero esercizio del culto, la religione non detta legge, ma obbedisce alla legge della Repubblica, e vige una sorta di equidistanza dello Stato rispetto a tutte le religioni. Nello specifico, spiega ancora l’imam raccontando le dinamiche di vita sociale dei musulmani nella sua Bordeaux, la sua comunità può essere di esempio perché rappresenta un modello integrativo, anziché comunitarista come quello dominante a Parigi, dove ogni fedele vive all’interno della propria comunità a scapito della comunità nazionale: «A Bordeaux si respira un clima diverso: qui le comunità si parlano».

E poi c’è la questione delle moschee, la cui costruzione resta un tema dibattuto in tutta Europa e lo sicuramente è qui da noi a Milano. Le autorità e i cittadini temono che possano essere luoghi di radicalizzazione. Il radicalismo – dice Oubrou – si è modernizzato e oggi utilizza i metodi sofisticati della comunicazione: «Il terrorismo è diventato virtuale, recluta nelle case, nelle famiglie, tra i bambini, tra i nuovi convertiti attraverso i social media, non più nelle moschee». A differenza degli spazi virtuali, difficilmente controllabili, gli spazi fisici hanno il vantaggio di poter essere monitorati dai servizi segreti e dalla sicurezza. Le autorità sanno ciò che accade nelle moschee ufficiali, e se l’imam predica l’odio applicano la legge. «Meno l’Islam è presente nella città quanto più esso è pericoloso».

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