Sono passati 40 anni dall’assassinio dello statista democristiano. Una vicenda ancora parzialmente oscura, ma che ha offuscato la parabola di un uomo che è stato il vero perno dell’evoluzione politica della Repubblica in Italia

di Guido FORMIGONI
Docente di Storia contemporanea - Iulm

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Aldo Moro

La vicenda ancora parzialmente oscura del sequestro e dell’assassinio di Moro, di cui ricordiamo in questo periodo i quarant’anni, ha oscurato per molto tempo la sua parabola di politico e di statista. Nella memoria degli italiani resta la R4 amaranto con il suo mesto carico, non un percorso di vent’anni in cui Aldo Moro fu il vero perno dell’evoluzione politica della Repubblica in Italia. La sua morte tragica ha dato il suggello definitivo a un ruolo storico che egli pensava nel senso dell’evoluzione, della crescita, del pacifico e ordinato movimento verso obiettivi condivisi. E che invece è stato segnato dalla contrapposizione aspra e dall’incomprensione sul fronte esterno, ma anche da una interna tensione e da una drammaticità esistenziale crescente, di cui abbiamo la possibilità di cogliere solo alcuni bagliori.

Il giudizio sugli esiti della sua parabola esistenziale può essere anche molto diverso a seconda dei punti di vista e dei giudizi storici, ma questo non dovrebbe impedire di considerare né l’originalità delle sue intenzioni e delle sue motivazioni, né gli esiti di questo impegno. In termini di progetto, il suo pervicace tentativo fu quello di rendere la «Repubblica dei partiti» capace di realizzare quel modello ideale che restò sempre la sua stella polare: lo Stato democratico-sociale avanzato delineato nella prima parte della Costituzione del 1948. Lo perseguì costruendo le strategie del primo centro-sinistra e poi della «solidarietà nazionale» degli anni 1976-’78: allargare a sinistra il consenso, quindi, tentando però di evitare che si creassero contraccolpi e rotture. Egli riteneva indispensabile che non si divaricasse dal governo del Paese il peso di quel moderatismo italiano che era a rischio di involuzioni destrorse e financo autoritarie: per questo fu un sostenitore continuo dell’unità della Dc. In termini di risultati, siamo sempre più consapevoli che la sua scomparsa coincise con la fine di un periodo tutto sommato evolutivo della storia repubblicana, cui fece seguito una crisi sempre più grave della politica, precipitata infine nel baratro di Tangentopoli.

Cosa resta ai giorni nostri di quella esperienza e della lezione di quell’impegno? Il suo magistero intellettuale è vasto e disponibile: sta per essere realizzata anche un’Edizione nazionale completa degli scritti e discorsi, che sarà pubblicata online e open access a partire dai prossimi mesi. Si tratta di scritti tutt’affatto che difficili e oscuri (come una certa retorica polemica è usa a dire), magari un po’ lenti e noiosi per i ritmi moderni, ma molto logici e addirittura pedagogici nei loro contenuti.

Certamente, a tratti sembra di essere ormai troppo lontani dai suoi giorni per poter parlare di una lezione viva. Anche perché purtroppo la brusca troncatura della sua presenza non ha aiutato una possibile continuità delle sue intuizioni, dei suoi metodi e della sua ispirazione. E ancor di più, perciò, molta parte delle lezioni che scaturiscono dalla sua vita ci sembrano segnate dall’inattualità di una stagione molto lontana. Non ci sono più i riferimenti vitali della politica di Moro: il quadro internazionale della guerra fredda, i partiti di massa, una Chiesa capillarmente viva negli strati popolari, una società in tumultuoso e ottimistico sviluppo.

Ma credo senz’altro che la società e la politica attuale potrebbero imparare parecchio proprio da questa inattualità: confrontarsi con qualcosa di totalmente diverso dovrebbe aiutare a comprendere i limiti del presente. Pensiamo alla sua capacità di intuire i grandi problemi storici senza farsi condizionare troppo dall’attualità contingente, alla fiducia nella lentezza dei processi più che nell’apparente rottura del decisionismo astratto, all’uso mite della parola e della ragione per ricondurre sempre le tensioni su un terreno di dialogo civile, all’arte della mediazione non finalizzata semplicemente alla propria sopravvivenza ma all’evoluzione lenta di un sistema fragile come la democrazia italiana, alla sua tensione interiore nell’essere fedeli al  Vangelo assumendo la responsabilità di scegliere nella storia i passi ad esso coerenti (in una sorta di permanente «principio di non appagamento» verso una meta di giustizia e di libertà). Sono elementi del passato? Forse, ma quanto potrebbero insegnare all’oggi!

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