Quarant’anni fa l’omicidio dell’avvocato Commissario liquidatore della Banca Privata italiana, che pagava il prezzo più alto al suo rigore. Il figlio Umberto: non guardiamo a lui solo nella sua dimensione di vittima, cerchiamo di emulare la sua integrità morale

di Umberto Ambrosoli

Giorgio Ambrosoli
Giorgio Ambrosoli

Tante persone che hanno vissuto già mature gli anni dal 1974 al 1979 – cioè quelli in cui papà operò quale Commissario liquidatore della Banca Privata Italiana – hanno memoria dei fatti culminati nel suo omicidio. Ricordano la parabola prima e il declino poi di Michele Sindona (il finanziere che Giulio Andreotti definì «salvatore della Lira»), il sistema di potere di cui era esponente autorevole, la sua rete di relazioni e di interessi. Hanno in mente il ruolo tutt’altro che limpido di chi allora guidava lo Ior, così come le responsabilità di una classe politica che (chi per dolo, chi per colpa) rifiutò per anni di realizzare le necessarie riforme, lasciando i risparmiatori senza tutela adeguata rispetto a chi operava sui mercati senza trasparenza e con spregiudicatezza assoluta.

Tante persone, che l’età matura hanno vissuto dal 1992 in avanti, hanno invece incontrato la storia di papà in un libro meraviglioso scritto da Corrado Stajano, Un Eroe Borghese. Da esso nel 1994 è stato tratto un film di successo con il medesimo titolo. Altre iniziative editoriali e approfondimenti giornalistici sono seguiti. Nel 2009 io stesso ho voluto raccontare quella storia a chi inevitabilmente non ha gli strumenti per decifrare quegli anni: a coloro ai quali i nomi dei protagonisti non possono neanche evocare le rispettive complessità. L’ho fatto in un libro, Qualunque Cosa Succeda, da cui nel 2014 la Rai ha realizzato una miniserie con lo stesso titolo. L’evoluzione tecnologica rende accessibile tutto ciò con facilità anche a chi è curioso dopo aver incontrato la scritta «Giorgio Ambrosoli – Avvocato» sulla targa di una via, di una scuola, di una biblioteca, di un’aula universitaria o di tribunale.

Il suo esempio è stato ed è diffuso, ma questo certo non basta a fare in modo che siano facilmente emulati la sua integrità, il suo rigore nell’anteporre l’interesse della collettività a quello personale. Forse dovremmo riflettere su quanto sia facile guardare a persone che, come lui, sono state uccise perché operavano per il bene comune, senza avere noi oggi la capacità di agire, nella nostra sfera di responsabilità individuale, animati efficacemente dai medesimi valori. Costruiamo altari per le vittime che commemoriamo, senza – e sto generalizzando – sentirci ingaggiati dal loro esempio. Anzi, collocarli sull’altare sembra lo strumento per marcare fisicamente la differenza: loro straordinari, noi normali. Cioè non tenuti alla medesima forza.

Forse il limite è nella prospettiva da cui guardiamo: tendenzialmente quella del momento in cui loro sono divenuti vittime. Quindi la fine della loro esistenza terrena. È inevitabile. Tuttavia ciò concentra il fuoco sull’ingiustizia “subita”, con tutte le emozioni di contorno. Eppure è la loro vita ciò che merita il 100% di attenzione: come è stata impegnata, la consapevolezza del suo significato (che non è sinonimo di valore), la maturazione di tanti convincimenti profondi prima e la fortezza nell’esercitarli poi.

In un’intervista concessa a un filosofo francese, rispondendo a una domanda sull’esempio ricevuto dal proprio padre, Paolo VI rispose: «A mio padre devo gli esempi di coraggio, l’urgenza di non arrendersi supinamente al male, il giuramento di non preferire mai la vita alle ragioni della vita. Il suo insegnamento può riassumersi in una parola: essere un testimone».

Ecco, il giuramento di fedeltà alle ragioni della vita è impegno in vita e per la vita. Ed è alla portata di ciascuno.

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