La lettura del Presidente di 75 anni di storia repubblicana inizia con il richiamo al referendum del 2 giugno 1946 e alla «straordinaria stagione costituente» e si conclude con un appello ai giovani, a cui ora tocca scrivere e vivere «i capitoli nuovi di questa storia»

di Stefano DE MARTIS

2 giugno 2021

«Come lo fu allora, questo è il tempo di costruire il futuro». La lettura alta e per nulla scontata che Sergio Mattarella ha operato di 75 anni di storia repubblicana inizia con il richiamo al referendum del 2 giugno 1946 e alla «straordinaria stagione costituente» e si conclude con un appello ai giovani, a cui ora tocca scrivere e vivere «i capitoli nuovi di questa storia». Perché «la storia siamo noi», «nessuno si senta escluso», sottolinea il Presidente con un’inedita citazione di Francesco De Gregori.

Il parallelismo tra la ricostruzione post-bellica e il grande sforzo per risollevarsi dopo «le due grandi crisi globali, quella economico-finanziaria e quella provocata dalla pandemia» è enunciato subito all’inizio del discorso. Oggi come allora «l’Italia, la nostra Patria, ha le carte in regola per farcela», afferma il capo dello Stato.

La sua non è una lettura irenica della situazione. «La nostra Repubblica – osserva – è imperfetta come ogni costruzione che rifletta i limiti e le contraddizioni della vita. Ancora troppe ingiustizie. Ancora disuguaglianze. Ancora condizioni non sopportabili per la coscienza collettiva, come l’evasione fiscale o le morti sul lavoro». In alcuni casi le storture hanno «cause antiche» e «richiedono impegno serio per rimuoverle», ma attenzione a non cadere in quel catastrofismo qualunquistico che non corrisponde alla realtà dei fatti e in cui hanno trovato e trovano alimento anche le sirene dell’anti-politica. «La storia repubblicana è tutt’altro che una sequela di insuccessi – scandisce il Presidente -, è la storia di una democrazia ben radicata e di successo».

Mattarella ripercorre le tappe di questa «grande impresa». Cita una a una le grande riforme economiche e sociali, da quella agraria a quella che portò alla nascita del servizio sanitario nazionale. «Abbiamo vissuto, probabilmente senza esserne sempre consapevoli, una straordinaria rivoluzione sociale», chiosa il Capo dello Stato, che allo stesso tempo si sofferma senza giri di parole sui momenti più difficili che la Repubblica ha dovuto affrontare. Dagli «anni bui» della violenza terroristica alla piaga delle mafie, contro cui la lotta è lungi dall’essersi esaurita, purtroppo. E poi i disastri, le alluvioni, i terremoti in cui «ogni volta abbiamo visto quanto sia forte il legame di solidarietà e di fraternità che unisce i nostri territori e il nostro popolo». Non casualmente Mattarella ha inserito a questo punto l’omaggio alla Guardia costiera e alla Marina militare per l’impegno nel «salvare la vita di persone spinte dalla disperazione alla deriva nel Mediterraneo», così come il riconoscimento per il «modello italiano» delle missioni di pace delle nostre forze armate.

Molto impegnativi i capitoli dedicati all’uguaglianza e all’Europa. Nel primo caso la riflessione è sull’articolo 3 della Costituzione che «suggerisce quanto sia lungo, faticoso e contrastato il cammino per tradurre in realtà un diritto pur solennemente sancito». Questo vale per le «differenze economiche, sociali, fra territori» e per la «condizione femminile» a cui il Capo dello Stato dedica una particolare attenzione, esemplificata nella citazione di sei donne di oggi e di ieri le cui storie hanno molto da dirci: da Lina Merlin a Nilde Iotti, da Liliana Segre a Tina Anselmi, da Luana D’Orazio a Samantha Cristoforetti.

Quanto all’Europa, «è il compimento del destino nazionale», è «luogo e presidio di sovranità democratica», dice Mattarella, e l’Unione «è essa stessa – per noi – figlia della scelta repubblicana». È lo stesso capo dello Stato a esplicitare la chiave di lettura della sua ricostruzione di questi settantacinque anni, osservati «da una prospettiva diversa», quella «del formarsi e del crescere di una comunità».

La Repubblica è certamente nei suoi principi fondativi, nella sue istituzioni, nelle sue leggi, nella sua organizzazione. Ma a Mattarella «oggi sta a cuore porre l’accento su ciò che viene prima. Parlo della vita delle donne e degli uomini di questo nostro Paese – spiega il Presidente – dei loro valori, dei loro sentimenti. Del loro impegno quotidiano. Della loro laboriosità. Del contributo, grande o piccolo, che ciascuno di loro ha dato a questi decenni di storia comune».

Perché, a ben vedere, «la Repubblica è, anzitutto, la storia degli italiani e della loro libertà».

 

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