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L'opinione

Bassi (Fafce): «Spiegare in cosa consiste la maternità surrogata per creare un movimento di dissenso dal basso»

Intervista con il presidente della Federazione associazioni familiari cattoliche in Europa, a margine dell’International Conference for the Universal Abolition of Surrogacy (Roma, 5-6 aprile)

di Giovanna Pasqualin TraversaAgensir

9 Aprile 2024

«Non servono molte argomentazioni; basta spiegare esattamente in che cosa consiste la surrogazione di maternità. Avere un figlio non è un diritto. Siamo certi che riusciremo a costruire un network di persone di buona volontà per creare un’onda che riesca a bloccare questa procedura inammissibile che viola la dignità della donna e del bambino». A sostenerlo è Vincenzo Bassi, presidente della Federazione associazioni familiari cattoliche in Europa (Fafce), a margine dell’International Conference for the Universal Abolition of Surrogacy che si è svolta il 5 e 6 aprile a Roma, presso l’Università Lumsa. Alla base dell’evento, la Casablanca Declaration, «documento firmato il 3 marzo 2023 da 100 esperti di diverse discipline scientifiche di 75 nazionalità diverse», aveva spiegato Bernard Garcia Larrain, coordinatore della Dichiarazione. Il documento, aveva sintetizzato, «promuove la messa al bando della maternità surrogata e l’adozione di misure a livello globale per vietare qualsiasi valore legale a contratti che impegnino una donna a portare avanti una gravidanza per far nascere un bambino, e per sanzionare quanti hanno parte in causa in queste situazioni». Fine ultimo l’adozione di un trattato internazionale per l’abolizione universale della surrogacy.

Vincenzo Bassi (Fafce)

Presidente Bassi, qual è l’obiettivo che vi prefiggete?

La Casablanca Declaration ha riunito in una coalizione universale persone di diversi Paesi, culture, religioni e opinioni politiche nell’intento comune di difendere la dignità umana e promuovere la bellezza e la verità sulla famiglia e sulla genitorialità, che sono una responsabilità e un dono, non una merce. Partendo da qui, vogliamo capire concretamente come possiamo muoverci, ad esempio presso le istituzioni europee, per tentare di evitare derive possibiliste in relazione alla maternità surrogata. Siccome l’opinione pubblica e il consenso internazionale, soprattutto nell’ambito del diritto internazionale, sono rilevanti, per noi è importante dimostrare che il consenso pubblico a favore di questa pratica non esiste. E questo si riesce a farlo non solo attraverso argomenti sociali o economici; occorrono anche argomenti giuridici e culturali per dimostrare che la surrogcy è una forma di schiavitù e che non esiste un diritto ad avere un figlio. Dobbiamo creare un movimento d’opinione dal basso verso l’alto.

Come valuta il progetto di legge approvato alla Camera e in attesa di approvazione al Senato, che prevede di sanzionare la maternità surrogata effettuata da un cittadino italiano all’estero?

Estendere il reato di surrogazione di maternità anche se commesso all’estero è un passo avanti nel contrasto a questa procedura e costituisce un modello, un buon esempio, un segnale forte di non consenso. Abbiamo bisogno di buoni esempi; così come si cercano e rilanciano le cosiddette good practice, per un Parlamento questo significa anche buone leggi, che magari possono presentare delle difficoltà di applicazione, ma che in ogni caso, almeno da un punto di vista simbolico, indicano una volontà di considerare la maternità surrogata, o meglio l’utero in affitto, per quello che effettivamente è: la mercificazione del corpo della donna e la mercificazione del bambino. E questo è il motivo per il quale abbiamo deciso di organizzare proprio in Italia, a Roma, questa conferenza internazionale.

Il Casablanca Group intende intraprendere un’azione politica per incoraggiare gli Stati ad adottare una Convenzione internazionale per l’abolizione universale della surrogacy.

Una convenzione internazionale in materia sarebbe un importante strumento giuridico e permetterebbe certamente, a livello di corte internazionale, di affermare l’inammissibilità, anche in forme indirette, di questa pratica. In ogni caso, per restare al nostro continente, anche di fronte ad eventuali leggi nazionali che dichiarassero l’utero in affitto reato universale, sarebbe più difficile far “passare” surrettiziamente a livello europeo questa procedura che va contro l’interesse delle donne più vulnerabili e dei bambini. Ma è importante iniziare ad agire subito a 360 gradi sul piano culturale, sociale, legislativo e politico per sensibilizzare e coinvolgere a livello internazionale opinione pubblica e istituzioni.