«La chiesa, la casa parrocchiale e il campo sportivo». Traduzione chiara a tutti: il campanile e il campetto per giocare in oratorio. Che la Chiesa abbia sempre annesso grande importanza all’educazione integrale dei ragazzi e della persona, comprendendo anche l’attività fisica, non vi è dubbio. E, infatti, l’Arcivescovo lo sottolinea intervenendo nella sessione inaugurale dell’importante convegno a più voci dal titolo «Lo sport per la crescita personale e sociale», che si svolge per un intero pomeriggio presso l’Aula Magna dell’Università Cattolica, promotrice dell’evento unitamente alla Fondazione Giulia Cecchettin e all’Arcidiocesi con il Servizio per la Pastorale Sociale e il Lavoro. Per l’occasione, l’Aula Magna è gremita di giovani e di volti noti del mondo sportivo, tutti riuniti per parlare non solo di sport, ma di cittadinanza e di consapevolezza sociale.
Così come fa il vescovo Mario che definisce «particolarmente interessante» l’attenzione della Chiesa per la pratica sportiva, «perché dichiara che l’educazione non si realizza solo attraverso i momenti di preghiera e di studio, ma anche con lo sport, appunto. La religione cattolica è la religione del corpo, non un invito alla spiritualizzazione della vita. I cattolici pensano che il corpo, la realtà fisica, non sia una specie di prigione, ma una dimensione provvidenziale dell’essere persona e che accettare bene il proprio corpo sia un modo per non vivere una sorta di prigionia».
Il riferimento è anche alle Olimpiadi, nel corso delle quali monsignor Delpini ha premiato, nel carcere di Bollate, i partecipanti ai «Giochi della speranza», dove le squadre in campo erano composte da detenuti, da agenti della polizia penitenziaria, da magistrati, e da membri della società civile. «È stato – ha notato l’Arcivescovo – uno spiraglio per intravvedere come lo sport possa definire delle energie che diventano un fattore di coesione sociale e un elemento di stima per se stessi e gli altri, canalizzando bene ciò che, in un contesto passionale può divenire, invece, pericoloso. Quindi, la pratica sportiva come facilitatrice di inclusione».
Infine, una terza osservazione. «Non ogni pratica può, però, essere approvata senza riserve, perché sappiamo che intorno allo sport si sviluppano, talvolta, aggressività incomprensibili. Vi è bisogno di criteri per rendere lo sport un contributo al bene comune. Su questo occorre riflettere».
Il primo Isef della città
Una riflessione che, certo – anche la cosa non è molto nota – coinvolge, e non da oggi, l’Ateneo dei cattolici italiani, secondo quanto ricorda il rettore, Elena Beccalli. «Forse pochi sanno che già nell’anno accademico 1964/1965 veniva attivato l’Istituto superiore di educazione fisica (Isef). Dopo un complesso iter di approvazione ministeriale, l’Ateneo avviò, su richiesta dell’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, i corsi del primo Istituto superiore di educazione fisica della città. Una storia lunga che vanta 4.291 diplomati. Nell’anno accademico 1999/2000 prendeva, poi, avvio la laurea quadriennale; nel 2000/2001, la triennale in “Scienze motorie e dello sport” e la magistrale in “Scienze e tecniche delle attività motorie preventive e adattate”. E, più recentemente, un altro corso magistrale in “Scienze e tecniche del benessere e dello sport”. Dunque, un’offerta formativa varia e di qualità, alla quale si aggiungono 4 master di primo e di secondo livello, che coprono tematiche che vanno dalla comunicazione alla psicologia fino ad arrivare alla gestione degli eventi sportivi e al management dello sport».

Senza dimenticare, conclude Beccalli, «il progetto “Cattolica per lo Sport”, nato nel 2015: un tavolo di lavoro interdisciplinare che mette in relazione tutte le professionalità accademiche presenti in Ateneo a servizio del mondo sportivo». Un ultimo dato è particolarmente indicativo. «In Università Cattolica abbiamo a cuore l’accompagnamento degli studenti-atleti di tutte le sedi dell’Ateneo nel loro percorso universitario e, già dal 2018, tra le prime Università in Italia, ha preso avvio il programma Dual Career che favorisce le condizioni necessarie per rendere il loro impegno sportivo agonistico sempre più conciliabile con la carriera universitaria. Dalla sua nascita, vi hanno partecipato 207 studenti-atleti e sono state conseguite 106 lauree».
L’eredità dell’Olimpiade
Parole per cui il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, collegato da remoto, ha ringraziato, dicendo. «L’approfondimento odierno assume un rilievo speciale per l’impatto di Milano-Cortina 2026, che è stata un’occasione per raccontare al mondo il volto migliore del nostro Paese con la sua capacità di accoglienza e l’amore per lo sport. L’Olimpiade ci lascia una legacy immateriale di straordinario valore. Così l’aspetto agonistico non rimane circoscritto alla prestazione, ma diventa uno strumento, un potente volano di sviluppo collettivo: lo sport, quando è vissuto in modo autentico, non forma solo atlete e atleti, ma cittadini migliori, offrendo armonia alla società».

«Io devo tanto allo sport», racconta, con un filo di emozione nella voce, Gino Cecchettin, presidente della Fondazione intitolata alla figlia Giulia, «perché alcuni miei valori educativi sono nati da lì. Da ragazzino mi avevano accettato in una squadra di calcio, ma i miei genitori, che temevano dei pericoli, mi impedirono di continuare. Grazie a quella frustrazione – un primo ostacolo che la vita mi poneva davanti -, sono diventato un atleta di mezzo fondo, ho imparato ad accettare i miei limiti e le mie doti, e quando lo si sa, si accettano anche le sconfitte e i momenti duri. Lo sport mi ha aiutato quando ho perso Giulia (vittima di femminicidio nel 2024), perché era lei che mi ha convinto a fare danza sportiva e continuo a onorare questo suo invito. Vivo lo sport come elemento educatore a tutto tondo. Nella formazione della Fondazione, continueremo a portare avanti il nostro messaggio che è di educazione al rispetto. Servono persone con una solidità psicologica, non basta solo il talento, anche ai grandi campioni».
Richiamando ancora l’armonia, avvia il suo intervento Annamaria Tarantola, vicepresidente della Fondazione e vera “anima” del convegno. «La parola-chiave delle Olimpiadi e Paralimpiadi è stata l’armonia, conseguendo insieme traguardi e sconfitte, con senso di appartenenza a un comunità unita, coesa e in pace. Solamente giocando insieme, in una logica di squadra, si raggiungono e si vincono le grandi sfide e spero che voi giovani possiate ritrovare il senso della speranza. Per questo vogliamo evitare che lo sport divenga una macchina del business e della spettacolarizzazione. Tutti devono poter accedere allo sport: per questo vanno rimosse le barriere fisiche e non, per una pratica in cui ognuno – sia chi ne ha più sia chi ne ha meno – può sviluppare i propri talenti».



