Il 9 maggio la beatificazione del giovane giudice siciliano ucciso dalla mafia in odio alla fede. Il suo sacrificio suona oggi con ancor più forza come monito severo e allo stesso tempo come incoraggiamento per chi non si arrende a una deriva pericolosa per le istituzioni e per il Paese

di Stefano DE MARTIS
Agensir

Rosario Livatino
Rosario Livatino

La beatificazione di Rosario Livatino, il giovane giudice siciliano ucciso dalla mafia in odio alla fede, arriva proprio in un momento in cui il mondo giudiziario è nuovamente in subbuglio, scosso da scandali e polemiche. Il suo esempio limpido suona oggi con ancor più forza come monito severo e allo stesso tempo come incoraggiamento per chi non si arrende a una deriva pericolosa per le istituzioni e per il Paese. Ed è un segno eloquente che, nell’imminenza della beatificazione, il docu-film realizzato da TV2000 sulla vicenda del “giudice ragazzino” sia stato mostrato in anteprima proprio nella sede del Consiglio superiore della magistratura, alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e del presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti.

Che l’amministrazione della giustizia abbia necessità di interventi di riordino non lo si ricava soltanto dalle notizie che in questi giorni riempiono le cronache politico-giudiziarie.

Lo stesso Piano nazionale di ripresa e resilienza, appena presentato alla Ue, individua in questo settore una delle riforme “di contesto” che costituiscono il presupposto indispensabile per il perseguimento dei suoi obiettivi. Del resto sono anni che gli organismi internazionali e i maggiori esperti della materia, italiani e non, mettono in evidenza come i problemi strutturali del funzionamento della giustizia rappresentino una zavorra pesantissima per l’attività economica del Paese e un ostacolo talvolta insuperabile per gli investimenti dall’estero. Gli impegni del piano sono ambiziosi. Per stare soltanto alla questione della durata dei processi, si indica come traguardo una riduzione del 40% dei tempi nel settore civile e del 20% in quello penale.

Propositi analoghi sono stati enunciati innumerevoli volte da governi e maggioranze di ogni tipo e colore, con esiti purtroppo non risolutivi, ma stavolta i tempi di verifica, se si considera la complessità della materia, sono stretti: approvazione entro l’anno dei disegni legge di delega al governo ed emanazione dei decreti legislativi di attuazione entro il 2022. Per accelerare ulteriormente, in alcuni casi l’esecutivo potrebbe agganciarsi ad alcuni provvedimenti già all’esame delle Camere. Basterebbe questa sfida per dimostrare come il Pnrr sia un’occasione storica per sciogliere alcuni nodi di fondo che condizionavano la vita del Paese da ben prima dell’esplosione della pandemia. E non soltanto dal punto di vista economico.

La riforma della giustizia è un tema estremamente delicato per le sue implicazioni costituzionali e per le sue concrete ripercussioni sulla libertà e la sicurezza delle persone.

L’ordinamento giudiziario dice molto sul tasso di civiltà e di democrazia di un Paese. Gli interventi di riforma che lo riguardano, infatti, investono direttamente i diritti e i doveri dei cittadini e chiamano inevitabilmente in causa la definizione dei rapporti tra i poteri dello Stato. La presenza di un ministro della giustizia di speciale autorevolezza e competenza come Marta Cartabia, ex-presidente della Corte costituzionale, è un fattore che favorisce il dialogo e la ricerca di soluzioni equilibrate e condivise. È stata invece già foriera di ulteriori polemiche e appare esposta al rischio di strumentalizzazioni – se non sarà calibrata con estrema attenzione nell’oggetto e nelle finalità – l’iniziativa di una commissione parlamentare d’inchiesta “sull’uso politico” della magistratura, di cui si sta discutendo a Montecitorio.

Rendono sicuramente tutto più difficile (e allo stesso tempo ancora più urgente) le notizie che si susseguono a proposito di scandali in cui sono coinvolti magistrati anche di primo piano.

Notizie che non possono non turbare profondamente l’opinione pubblica. Il rischio è che ne risulti delegittimata la stessa amministrazione della giustizia, con un danno enorme per il Paese e l’ingiusto oscuramento del servizio svolto con dedizione e onestà dalla stragrande maggioranza dei magistrati. Il punto è che le riforme strutturali sono assolutamente necessarie, ma anche in questo campo restano decisivi i comportamenti e le responsabilità di ciascuno.

Ai magistrati è richiesta ancor più che ad altri soggetti una rigorosa coerenza tra vita personale e immagine pubblica.

Bisognerebbe riprendere in mano ancora una volta il testo di una conferenza che Rosario Livatino ebbe occasione di tenere nel 1984. «L’indipendenza del giudice – disse in quella circostanza e le sue parole coincidevano con la sua vita – non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrifizio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità ad iniziative e ad affari, tuttoché consentiti ma rischiosi, nella rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo della interferenza; l’indipendenza del giudice è infine nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività».

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