Per tre su dieci la prima rimane la persona con cui confrontarsi e parlare di sé; solo l’1%, invece, nutre fiducia in figure educative del mondo ecclesiale: è quanto emerge dal nuovo approfondimento condotto dal Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo

di Pierpaolo TRIANI
Docente di Didattica generale all'Università cattolica, fra i curatori del Rapporto Giovani

giovani

Avere uno sguardo educativo sui giovani significa vincere la spinta alla generalizzazione e al pessimismo, per assumere invece una prospettiva di fiducia e di promozione delle loro risorse e delle loro potenzialità. Oggi è certamente importante la fiducia, da non intendersi come ottimismo ingenuo, ma come attenzione alla domanda e alla forza di vita che anima i giovani.

La fiducia interpella l’educazione in due sensi: è necessario metterla in gioco per costruire progetti e relazioni, ma occorre anche promuoverne nei giovani la crescita, nei confronti di loro stessi, degli altri, della vita sociale e civile. Parola-chiave diventa allora la partecipazione. I ragazzi e i giovani di oggi sono giustamente interessati alla loro realizzazione, ma spesso la leggono in contrapposizione a quella degli altri.

Da un approfondimento su più di 1600 giovani italiani fra i 18 e i 30 anni realizzato nell’ambito del Rapporto Giovani, la ricerca dell’Istituto Giuseppe Toniolo, emergono segnali contrastanti. Se relativamente alla fiducia accordata le figure di cui i giovani si fidano molto sono quelle genitoriali (senza una distanza rilevante tra madre e padre), le cose cambiano se si chiede quali siano le figure di riferimento quando si ha necessità di parlare di sé. In questo caso emerge nettamente la distanza tra i due genitori: il 33% dei giovani sceglie la mamma come persona con cui confrontarsi, solo il 9% indica il padre. Questo non significa che il padre non conti più nulla. Alcuni studi ci dicono che la questione non stia solo nella quantità di una presenza, ma nella sua qualità, nella capacità del padre, figura sicuramente più normativa, di comunicare affetto, trasmettere attenzione, consegnare ragioni per vivere.

Ma cosa chiedono i giovani? Dalla ricerca appare che l’aiuto maggiore che cercano è quello di chi è disinteressato (22%), che ascolta senza giudicare (21%) e che riesce a far capire loro dove sbagliano (16%), garantendo il massimo della comprensione (16%) Diventa importante, insomma, rimettere al centro l’attenzione all’altro, la ricerca di un’integrazione tra il bene personale e il bene comune, l’importanza di pensare il futuro non al singolare, ma al plurale. Bisogna aiutare i giovani a capire e accettare le fragilità dell’animo umano e a sperimentare uno sguardo fiducioso su di sé. Un altro concetto chiave, allora, è trascendenza. L’attenzione alla vita che anima i giovani è abitata da domande di senso che non trovano però spesso parole e interlocutori giusti per essere espresse.

L’ultimo approfondimento del Rapporto Giovani ci dice anche che sono pochi i giovani che vedono nelle figure educative fuori dalla famiglia (sacerdoti, educatori, insegnanti) persone a cui fare riferimento in caso di difficoltà o con cui parlare di sé. Anche questo è un dato che occorre approfondire, tenendo conto, per esempio, comunque appare ancora buono l’atteggiamento di fiducia nei confronti della scuola. Quello che appare chiaro è che – quando i giovani pensano a un punto di riferimento – lo individuano all’interno del loro contesto familiare. Si tratta di un aspetto positivo, ma che interroga anche il mondo adulto, sulla sua capacità di stimolare le nuove generazioni a uscire e ad aprirsi al mondo.

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