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8 marzo

«Il secolo delle donne», in cammino verso la parità

Un libro edito da In dialogo invita a rileggere il percorso compiuto come questione decisiva per la qualità della democrazia. Pubblichiamo un estratto della prefazione di Marta Cartabia, presentazione il 14 marzo a Milano

di Marta CARTABIA *

6 Marzo 2026
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A ottant’anni dall’Assemblea Costituente e dal primo voto delle donne, il libro Il secolo delle donne invita a rileggere il cammino della parità di genere come questione decisiva per la qualità della democrazia. Non una conquista acquisita una volta per tutte, ma una promessa che chiede ancora di essere realizzata, attraverso scelte concrete, pratiche inclusive e un cambiamento culturale profondo. Pubblichiamo un estratto della prefazione di Marta Cartabia.

 

Sin a partire dal titolo scelto – Il secolo delle donne. Di sogni e diritti ancora da conquistare – in questo libro vibra un’idea di parità come cammino, non conquista definitiva o punto di arrivo. Le pagine che seguono non promettono soluzioni finali, ma invitano a una postura che è insieme umana e civile, civile perché umana: diritti e opportunità non si “depositano” una volta per tutte, vanno continuamente riconquistati e rinegoziati dentro contesti che cambiano, perché nessun diritto è per sempre. È un monito che attraversa il volume e che Chiara Tintori formula con chiarezza, collegandolo al dovere di far vivere, oltre le norme, un ethos condiviso della parità, «possibilmente generato dal basso». In Italia, la trama storica che sostiene questa postura gemma da una memoria fondativa.

La conquista del voto nel 1946 – momento simbolico in cui milioni di donne si riconoscono parte di una comunità politica, come magnificamente rappresentato da Paola Cortellesi nel film C’è ancora domani (2023) – non fu concessa, ma guadagnata come il frutto maturo di una mobilitazione diffusa. La presenza delle ventuno madri costituenti e la loro azione nella Commissione dei Settantacinque restano un’eredità preziosa non solo per l’inserzione della clausola «senza distinzione di sesso» nell’art. 3, ma in molti luoghi della Carta costituzionale, tra cui la celebre qualificazione «di fatto», che vincola la Repubblica a rimuovere gli ostacoli concreti all’eguaglianza.

Chiara Tintori ricostruisce nomi, storie e passaggi; Mariapia Garavaglia insiste sul carattere non episodico di quel protagonismo, che si riversa subito nella prima legislatura repubblicana e nelle riforme sulla maternità e sulla prostituzione legate, tra l’altro, al nome di Angelina Merlin. In termini più generali, entrambe convergono sulla funzione pedagogica della Costituzione: una carta che non si limita a dichiarare, ma orienta prassi e giudizi nel tempo.

In questo solco Rosangela Lodigiani rilegge il secondo Novecento come un confronto continuo fra princìpi costituzionali e organizzazione materiale della vita sociale. Nei sistemi di welfare europei, ricorda, il paradigma storico del male breadwinner ha riflesso e rafforzato una divisione del lavoro che assegnava agli uomini la sfera produttiva e alle donne la riproduzione sociale e il lavoro di cura “non monetizzato”, secondo un’impostazione che ha generato un welfare parallelo: un regime di cura femminilizzato, spesso irregolare e sottotutelato, che regge una parte essenziale dell’assistenza ma resta ai margini del discorso pubblico.

Pur rimarcando l’importanza di avanzamenti legislativi non trascurabili – dalla parità di trattamento del 1977 (legge 903) alle azioni positive del 1991 (legge 125) – la riflessione che attraversa questo volume avverte che le norme, da sole, non bastano se non si trasformano in processi, organizzazioni e misurazioni coerenti: è il rischio sempre presente della parità che resta sulla carta se non diventa cultura e prassi condivisa.

Il banco di prova più esigente resta il nodo lavoro-famiglia-cura. Rosangela Lodigiani, sulla scorta di evidenze recenti, mostra quanto la cosiddetta motherhood penalty continui a pesare: tassi di occupazione materna molto differenziati per territorio, incidenza altissima del part time necessitato, carriere discontinue e rischi maggiori di povertà nelle famiglie monoreddito. Il dato, letto in controluce, dice una cosa semplice: la doppia carriera protegge dal rischio sociale e favorisce l’autonomia; ma perché ciò accada servono servizi accessibili, tempi di lavoro prevedibili e congedi davvero condivisi. Qui il lessico delle autrici converge: conciliazione non come accomodamento individuale delle donne, bensì come criterio ordinatore delle politiche pubbliche e delle pratiche d’impresa, su cui misurare la qualità della democrazia.

Un altro tratto ricorrente nelle pagine che seguono è la necessità di guardare alle disuguaglianze con una lente intersezionale: non esiste “la donna” come categoria uniforme; contano il titolo di studio, il territorio, l’età, lo status familiare e migratorio, e soprattutto gli intrecci fra questi fattori. Il volume, tuttavia, non si ferma alla diagnosi. Decisivo è l’asse culturale e simbolico del potere, spesso rappresentato e percepito secondo un modello muscolare, che viene talvolta replicato anche da donne in ruoli apicali, nella logica dell’assimilazione. Occorre costruire laboratori di gestione alternativa del potere, luoghi di alleanze e apprendimento reciproco, per evitare l’eroismo solitario della “donna forte al comando” e coltivare leadership diffuse nel tempo, in tutte le organizzazioni.

Paola Bignardi affronta con coraggio il rapporto fra donne, Chiesa e cultura religiosa, rifiutando letture semplicistiche. Non è una questione di quote, ma di smaschilizzazione (e di de-clericalizzazione) degli spazi ecclesiali, per far crescere una cultura del “noi” capace di integrare le differenze, del “volto femminile di Dio”, come ebbe a scrivere Paolo Coelho in un bel libro di oltre trent’anni fa, Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto.

Anche Mariapia Garavaglia, da un versante storico, richiama un ritardo di sostegno da parte delle istituzioni ecclesiali, pur distinguendo nettamente il periodo evangelico – che affida alle donne anche il primo annuncio – dai tempi del potere: in uno studio recente, La chiesa nelle case. Storia delle prime comunità cristiane (2021), la storica Marie-Françoise Baslez ritiene che dall’epoca apostolica fino almeno al III secolo, grazie all’opera di Paolo, non fosse raro che donne indipendenti e autorevoli assumessero ruoli di responsabilità fino a presiedere le comunità cristiane che si radunavano nelle loro case. Si apre qui uno snodo su cui il libro offre una suggestione importante: cambiare prassi e immaginario, personali e collettivi, è possibile, e urgente. La parità non può rimanere uno slogan, ma deve tradursi in pratiche operative e diffuse.

(*) Giurista, professoressa ordinaria di Diritto costituzionale italiano ed europeo presso l’Università Bocconi, presidente emerita della Corte costituzionale; è stata ministra della Giustizia

La presentazione

Il libro sarà presentato sabato 14 marzo, alle 12, presso «Fa’ la cosa giusta!» (Rho Fiera Milano, piazza editori). Intervengono Mariapia Garavaglia, già ministra della Sanità e figura di primo piano dell’impegno civile e istituzionale, Rosangela Lodigiani, sociologa del lavoro e del welfare all’Università Cattolica del Sacro Cuore, e Chiara Tintori, politologa e saggista. Un confronto aperto per riflettere su leadership, partecipazione e responsabilità condivise, a partire dall’eredità delle madri costituenti e dallo sguardo rivolto alle generazioni future.
Ingresso libero con un biglietto gratuito per la Fiera