Rimane il grosso problema di chi - a una certa età - non ha più occupazione e si trova a un decennio abbondante di distanza dalla sospirata pensione

di Nicola SALVAGNIN

pensionati al lavoro

L’allungamento dell’età pensionabile stabilito dalla riforma Fornero sta avendo i suoi effetti collaterali. In un’Italia in cui comunque il posto di lavoro è merce rara (poco più della metà degli italiani ne ha uno, e le donne stanno sotto la metà), chi lo perde a una certa età sta facendo una fatica enorme a trovarne un altro. Non stiamo parlando di collaudati manager o di operai iper-specializzati, ma chi ha 50-55 anni si sente “obsoleto”, non più al passo coi tempi, molto più costoso di un giovane, molto meno pronto a pesanti sacrifici e a lesinare tempo e risorse a una famiglia che un 25enne quasi mai ha sulle spalle.

La riforma Fornero aveva così prodotto i cosiddetti esodati, cioè chi – con un piede fuori dall’azienda e prossimo all’età pensionabile – di punto in bianco se la vide allontanare di anni. Ci sono stati interventi dell’Inps atti a sanare queste situazioni, che si è scoperto negli ultimi mesi essere molto meno grave numericamente rispetto alle previsioni iniziali. Ma rimane il grosso problema di chi – a una certa età – non ha più occupazione e si trova a un decennio abbondante di distanza dalla sospirata pensione.

Qui si scontrano una questione sociale e una economica. Ci vorrebbero strumenti finanziari di sostegno per queste persone per cui la disoccupazione è letteralmente un dramma sotto tutti i punti di vista; ma non ci sono i soldi, nel bilancio statale, per intervenire adeguatamente. La crisi degli ultimi anni ha spremuto completamente il limone della cassa integrazione (Cig): che ha spesso dato delle risposte, ma è costata un pacco di miliardi di euro. C’è poi il problema che la Cig troppe volte non è vista come strumento per sostenere il reddito di lavoratori in aziende in difficoltà temporanea, ma come ammortizzatore sociale per ex lavoratori i cui posti sono ormai irrimediabilmente spariti. Per chi ce l’ha, la cassa integrazione. E gli altri?

In teoria l’Italia dovrebbe avere, come molti Paesi occidentali, degli uffici del lavoro che facciano politiche attive, che siano attrezzati a riciclare chi un posto l’ha perso, a dare formazione o a riqualificarla, eccetera. In realtà non c’è nulla. E non essendoci nulla, è pure difficile introdurre sistemi come il “reddito di cittadinanza” o i “sussidi di disoccupazione”, o come anche il sostegno che ha ventilato il presidente dell’Inps, Tito Boeri, a chi si trova nei guai e ha almeno 55 anni. Chi controlla che cosa? Si tratterebbe di una spesa pubblica senza fine, o di un sistema temporaneo che stimoli a trovare nuova occupazione?

La prima, ovviamente. E ai disperati si affiancherebbero immediatamente i furbi, materia prima di cui l’Italia è ricchissima: si pensi alla scandalosa percentuale di pensioni di invalidità erogate ad esempio in Campania, in percentuale quadrupla rispetto ad altre regioni italiane. Quindi se aiuto va dato – e andrebbe dato – deve essere chiaro, preciso, intelligente e il più possibilmente collegato a spingere l’assistito a trovare nuova occupazione o ad aiutarlo a essere più “appetibile” per il mondo del lavoro.

Tutto il resto, comunque la si pensi, sconta il decisivo problema di non avere copertura finanziaria. Insomma, i soldi sono così pochi che non dovranno essere sprecati.

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